Toni Servillo si dà al rap nella nuova visione di Paolo Sorrentino: «La Grazia»

Un brano di Guè diventa chiave emotiva e strumento di rottura

Quando Guè citava Sorrentino in un verso diventato iconico, difficilmente avrebbe potuto immaginare che, anni dopo, un suo brano sarebbe entrato a far parte del tessuto narrativo di un film firmato proprio da Paolo Sorrentino. Eppure è ciò che accade in «La Grazia», presentato in anteprima all’ottantaduesima Mostra del Cinema di Venezia e ora distribuito nelle sale italiane.

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All’interno della pellicola, interpretata da Toni Servillo, la traccia «Le bimbe piangono» non è un semplice accompagnamento sonoro, ma assume un ruolo strutturale nel racconto, portando con sé un’energia inattesa e marcatamente contemporanea che dialoga con l’estetica del regista napoletano.

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Durante la conferenza stampa, Sorrentino ha spiegato come sia nato il legame con l’artista: la scoperta è arrivata in ambito domestico, grazie alla moglie, e si è poi consolidata dopo un incontro a Milano in occasione della presentazione di Parthenope. Da lì, l’ascolto costante della musica di Guè e l’attenzione verso una dimensione emotiva che, al di là del linguaggio generazionale, il regista riconosce come autenticamente sentimentale. Una scrittura che, pur non sempre immediata per chi appartiene a un’altra epoca, contiene – secondo Sorrentino – intuizioni emotive di grande forza.

Nel film, il brano entra nella quotidianità di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica, attraverso il rapporto con la figlia Dorotea. Quella canzone diventa un rifugio privato, una sorta di piacere segreto che accompagna il capo dello Stato nei momenti più intimi. Sorrentino utilizza la ripetizione ossessiva dell’ascolto in cuffia come dispositivo per smontare la figura istituzionale e restituirla alla sua dimensione umana, fragile e contraddittoria.

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Il cortocircuito

Il rap, in questo contesto, agisce come elemento di frattura: rompe la solennità, incrina l’immagine del potere e mette in scena la vulnerabilità di chi è chiamato a incarnarlo. La scelta musicale si inserisce con naturalezza nel percorso del regista, che in passato aveva già dialogato con la cultura pop – basti pensare all’uso dei Talking Heads in This Must Be the Place – ma qui spinge ancora più avanti il cortocircuito tra alto e basso, tra canone e contemporaneità.

Non solo colonna sonora: Guè compare anche in prima persona, in una sequenza che gioca consapevolmente con la rottura della quarta parete. Il rapper riceve un’onorificenza e si esibisce davanti alla macchina da presa, mescolando autoironia e intensità, rendendo la musica parte integrante della riflessione centrale del film: la grazia come spazio di dubbio, come possibilità di mostrare le crepe, come tentativo di tenere insieme sfera pubblica e dimensione privata.

Dal canto suo, Guè ha descritto l’esperienza come qualcosa di profondamente surreale. Vedere un personaggio come quello interpretato da Servillo – Presidente della Repubblica, figura massima dell’istituzione – entrare in relazione con uno dei suoi brani più duri è stato, a suo dire, spiazzante e perfettamente coerente con l’universo sorrentiniano. Senza illusioni su cambiamenti radicali di percezione, il rapper riconosce però che questo incontro obbliga chi lo osserva da fuori a riconsiderare certe etichette e semplificazioni.

Nel dialogo tra cinema d’autore e rap, Sorrentino individua proprio quella vena dolorosa e sentimentale che rende possibile l’incontro tra mondi apparentemente lontani. Un terreno comune fatto di fragilità, intuizioni emotive e desiderio di raccontare l’umano, al di là di ogni confine di genere o appartenenza culturale.

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