Italia-Germania, Meloni rilancia l’asse con Merz: a Trump chiesto di rivedere il Board

L’articolo 11 della Costituzione non è compatibile con lo statuto

L’Italia ha «oggettivi problemi costituzionali» ad aderire al Board of Peace per Gaza. Così Giorgia Meloni ha chiesto a Donald Trump di «riaprire la sua configurazione». La premier lo annuncia al termine del vertice intergovernativo Italia-Germania, al fianco di Friedrich Merz, rilanciando un asse che intende muoversi in modo «pragmatico e non istintivo» nelle relazione con gli Usa, e che a Bruxelles preme per il rafforzamento della competitività, con «una nuova mentalità di autocontrollo legislativo» che eviti «inutili oneri amministrativi». In sostanza, avverte Meloni, l’Ue deve scegliere «se essere protagonista del proprio destino o subirlo: richiede lucidità, responsabilità, coraggio». E, «dispiaciuta» per la sferzata di Volodymyr Zelensky, rivendica di essere stata «la prima» a dire che l’Europa «si deve svegliare» Antonio Tajani non ha dubbi, «mi pare che ora l’Europa sia certamente a traino italo-tedesco».

L’asse Roma-Berlino e la nuova centralità europea

La premier sorride quando un giornalista tedesco le domanda se non stia rimpiazzando Emmanuel Macron nel ruolo di primo partner del cancelliere. Sono letture «infantili» inadeguate a «una fase grave». Ma Politico li ha ribattezzati «la nuova coppia del potere Ue», e i due leader – dopo aver aggiornato il Piano d’azione comune del 2023, un accordo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, difesa e resilienza, e battezzato intese bilaterali su cultura, start up, materie critiche, alghe, istruzione e trasporto combinato – mostrano feeling su tutti i dossier toccati.

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La competitività

Anche parlando davanti agli imprenditori al Business Forum. Dove rilanciano il «non paper» comune sulla competitività che presenteranno a Bruxelles il 12 febbraio, contando di replicare gli «importanti risultati ottenuti insieme sul nuovo pacchetto automotive», sottolineati dalla presidente del Consiglio.

Nel bilaterale a Villa Doria Pamphilj Meloni annuncia al suo ospite l’adesione dell’Italia all’accordo multilaterale (con Francia, Germania, Spagna e Regno Unito) sui controlli all’export di armamenti, una mossa che colma una lacuna in un sistema nato tra partner europei per evitare di pestarsi i piedi nei progetti multilaterali. E Merz sottoscrive in pieno («Non avrei potuto rispondere meglio») la replica della premier a un giornalista che le domanda se di Trump ci si possa ancora fidare, tra le voci sulla sua salute e i messaggi di altri leader pubblicati sui social, e se meriti il Nobel per la pace.

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«Gli stessi discorsi li ho sentiti su Biden e addirittura su di me quando mi sono dovuta assentare cinque giorni perché non stavo bene. Ci interfacciamo con i leader eletti, è la democrazia», alza il tono Meloni, e poi: «Confido che Trump possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina, e finalmente anche noi potremo candidarlo al Nobel per la pace». Intanto, però, i ministri di Esteri e Difesa dei due Paesi, ritenendo «un segnale incoraggiante» l’incontro fra Usa, Russia e Ucraina, chiedono che «la voce dell’Europa resti ascoltata».

La governance del Board e nodi ancora aperti

E, soprattutto, Palazzo Chigi attende dalla Casa Bianca una risposta alla sollecitazione sul Board avanzata dalla premier in una telefonata mercoledì sera, alla vigilia del Consiglio Ue informale. L’articolo 11 della Costituzione, prevedendo la cessione di sovranità solo «in condizioni di parità con gli altri Stati», non è compatibile con lo statuto.

Soprattutto per l’articolo 9 che – nel testo diffuso da media israeliani – dà al «chairman», il presidente, ossia Trump, il compito di «agire per conto» del Board, «autorizzato ad adottare risoluzioni e altre direttive». Senza contare che sceglie e rimuove gli Stati membri, designa il suo successore, ha «l’esclusiva autorità» per creare «entità sussidiarie», e ha fissato a un miliardo di dollari «in cash funds» il costo di «membership». Comunque la posizione italiana resta «di apertura».

E anche Merz spiega che sarebbe «disposto a entrarci se accompagnasse il processo su Gaza anche in una seconda fase, ma in ogni caso le attuali strutture di governance non possiamo accettarle». Roma e Berlino si sono allineate anche sul Mercosur («Una svolta», per Merz; per Meloni «un accordo ora equilibrato: se farlo entrare in vigore temporaneamente compete alla Commissione»). Solo sulle minacce americane di dazi i toni appaiono diversi. «Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili – avvisa il cancelliere -. I Paesi di tutto il mondo sappiano che noi siamo pronti a difenderci».

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