Trump blinda il petrolio venezuelano e manda in tilt la Cina: «Atto di prepotenza»

In precedenza il principale cliente di Caracas era Pechino

Donald Trump mette le mani sul petrolio venezuelano e sequestra le petroliere sanzionate, suscitando l’ira di Pechino e Mosca. Se riuscisse a metterle anche sul greggio e sulle terre rare della Groenlandia consentirebbe agli Usa di dettare le leggi del mercato dell’oro nero (in forte flessione dopo gli ultimi sviluppi) e di emanciparsi dalla dipendenza cinese sui minerali critici.

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È stato lo stesso tycoon ad annunciare su Truth la prima concessione del regime ad interim venezuelano, con la consegna a Washington «tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, non soggetto a sanzioni» che saranno «venduti al prezzo di mercato e il cui ricavato sarà gestito da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti».

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Il Venezuela attualmente produce circa 800.000 barili al giorno, quindi 30-50 milioni di barili corrispondono a circa 40-60 giorni di produzione totale, per un valore di circa 3 miliardi di dollari. Ma si tratta solo di una prima tranche, poi ne seguiranno altre a mano a mano che gli Usa revocheranno selettivamente le loro sanzioni per consentire il trasporto e la vendita del petrolio nei mercati globali.

I proventi saranno depositati in conti controllati dagli Stati Uniti e il denaro sarà distribuito a discrezione di Washington, ha spiegato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, assicurando che «le decisioni del governo venezuelano ad interim continueranno a essere dettate dagli Stati Uniti». Il ministro dell’Interno venezuelano, Diosdado Cabello, considerato un falco, è già stato avvisato: mantenga l’ordine o farà la fine di Maduro.

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Il segretario all’Energia Chris Wright ha successivamente confermato il piano di Trump ad una conferenza organizzata da Goldman Sachs a Miami, spiegando che in futuro gli Usa venderanno sul mercato «a tempo indefinito» il greggio prodotto in Venezuela. Per farlo ci sarà bisogno di investimenti colossali per ricostruire le infrastrutture, per questo venerdì il tycoon incontrerà le major americane, finora scettiche.

La risposta della Cina

In precedenza, il petrolio sanzionato finiva soprattutto in Cina, principale cliente di Caracas (il 90% della produzione), da cui acquistava greggio a prezzi ribassati. Dura quindi la reazione di Pechino, che potrebbe congelare la visita di The Donald in aprile dopo aver dato la precedenza al premier canadese Mark Carney a metà gennaio: «L’uso sfacciato della forza da parte degli Stati Uniti contro il Venezuela e la richiesta al Paese di disporre delle sue risorse petrolifere in base al principio ‘America First’ costituiscono un tipico atto di prepotenza, violano gravemente il diritto internazionale, ledono seriamente la sovranità del Venezuela e del suo popolo».

Come se non bastasse, l’amministrazione Trump sta facendo pressione sul governo ad interim di Caracas affinché recida ogni legame con i nemici degli Usa, ossia Cina, Russia, Cuba e Iran, cacciando anche tutti i loro presunti agenti segreti e spie.

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