Anche vincendo in Puglia e Campania il bilancio resterebbe deficitario
Da ieri campani, pugliesi e veneti stanno votando – e continueranno a farlo fino alle 15 di oggi. Al momento – a parte la mini regione (122.700 abitanti) della Valle d’Aosta, amministrata dagli autonomisti dell’Union Valdôtaine – 13 sono a guida centrodestra, di cui una soltanto, il Veneto, è chiamata al voto in questo weekend, e 6 fanno capo al centrosinistra, 2 delle quali però, Campania e Puglia, sono impegnate con le urne per scegliere a chi affidarsi per i prossimi 5 anni. E non è detto che non scelgano di cambiare.
Per cui, se dovesse riuscire a non perderle, Schlein dovrà farsi una «passeggiatina a piedi dal Nazareno alla Basilica di Pompei per ringraziare la Madonna del Rosario per il miracolo ricevuto».
Fino a questo momento, niente è cambiato nelle Marche, come in Calabria ha rivinto il centrodestra e in Toscana si è confermato il centrosinistra. E anche in questo fine settimana – considerate le regioni impegnate – è difficile prevedere stravolgimenti drastici. L’unica perplessità è legata al fatto che i governatori uscenti, De Luca, Emiliano e Zaia, hanno dovuto passare la mano, avendo già esaurito i due mandati concessi dalla legge elettorale.
Vittoria sicura. Anzi, no
E gli ultimi sondaggi sembrano accreditare che, mentre la vittoria del centrodestra nel Veneto appare scontata, molto più contendibili paiono essere Campania e Puglia, attualmente ospitate nel pollaio della sinistra. Per la chiarezza d’idee del candidato governatore Cirielli e la compattezza dimostrata dalla coalizione. Di fronte alle quali, più che un campo largo, quello di sinistracentro è sembrato un ring ristretto sul quale i presunti alleati, e in particolare De Luca e Fico, se le sono date di santa ragione. E dove, per ottenere il «via libera» alla candidatura del secondo a Palazzo Santa Lucia, la Schlein ha dovuto piegarsi al ricatto del primo, che ha preteso in cambio la nomina del figlio Pietro – ex capogruppo Pd a Montecitorio – a segretario regionale del partito.
Ma il peggio è che il candidato grillino, nell’ultima settimana, ha sciorinato il peggio del suo repertorio. Dopo aver partecipato – senza troppa fortuna – al confronto Sky con Cirielli, il giorno successivo è letteralmente scappato da quello Rai con tutti gli altri candidati governatori e, infine, è stato contestato in piazza dai sostenitori di «Potere al Popolo» per aver rifiutato di confrontarsi «al volo» con il loro leader, Granato.
L’incompatibilità di carattere fra i due galli
Ma l’incompatibilità di carattere fra i due «galli» è proseguita ininterrotta per tutta la campagna elettorale. Tant’è che, se il grillino non ha invitato De Luca al suo comizio di chiusura con i leader della coalizione, quest’ultimo lo ha ricambiato non invitandolo alla conferenza stampa di fine mandato. E non è detto che la conflittualità fra i due finisca dopo le elezioni. Anzi, considerate le polemiche e la diversità di vedute programmatiche per far crescere la Campania (le 21 pagine del cosiddetto «programma» presentato da Fico sembrano più un elenco di titoli di giornale – senza sommari esplicativi – che un progetto di sviluppo), potrebbero risultare l’ennesimo durissimo «uppercut» deluchiano alla Campania.
E purtroppo per lei, la segretaria Elly, già assediata, traballante e a rischio defenestrazione, dovrà anche scusarsi per aver dato i numeri – domenica scorsa, intervenendo al 4° congresso dei Giovani Democratici a Napoli – dichiarando, con stramba e velleitaria sicumera: «Regionali? Con Fico vinciamo noi, in Campania e nelle altre regioni al voto». Dopo San Vincenzo è l’ora di San Roberto? Si è dimenticata, però, che, a quel momento, di regioni il centrodestra ne aveva già vinte 13 contro le appena 4 del centrosinistra. Peraltro tutte storicamente quasi sempre appannaggio della sinistra: Sardegna, Umbria, Emilia-Romagna e Toscana.
Non cambierebbe alcunché
Sicché, a conti fatti, e salvo sorprese sempre possibili, dopo questa tornata elettorale le regioni governate dal centrodestra potrebbero essere 13, quelle di centrosinistra 6 e 1 autonomista. Non cambierebbe alcunché e tutto resterebbe tale e quale a prima. Ma già questo rappresenterebbe uno scossone – anzi no, una spallata – per quell’ibrido cattocomunismo-verde (di rabbia) Pd-M5s-Avs che «pretende» di rappresentare l’Italia «migliore».
Che però si è accorta che sono solo a caccia del potere, sempre e comunque, meglio ancora se senza voto e magari – come hanno provato a fare stavolta – chiedendo all’Europa la condanna dell’Italia che, a loro dire, avrebbe violato lo Stato di diritto. Ma anche a Bruxelles gli è andata buca. Ppe e destre unite hanno votato «no». L’Italia migliore, insomma, li ha ripudiati.
E l’Ue gli ha girato la faccia. Sicché, a mala pena, riescono a rappresentare se stessi. Altro che la grande lista sognata dal consigliere di Mattarella, Garofani, per abbattere la Meloni. Più che un sogno, un bisogno che dimostra la distanza esistente tra la Schlein e la sinistra che la sopporta ancora, ma non la supporta più. E soprattutto non la considera più una possibile alternativa all’attuale premier.




