Sarkozy ha lasciato il carcere, l’ex presidente francese: «Stare in prigione è durissimo»

Corte d’Appello di Parigi accetta la domanda per la libertà vigilata

Ventuno giorni trascorsi nel carcere della Santé: ‘Duri, durissimi’, commenta Nicolas Sarkozy che lascia dopo tre settimane la storica prigione parigina in cui era stato portato il 21 ottobre scorso dopo la condanna sul caso dei fondi libici per la sua campagna presidenziale. La domanda per ottenere la libertà vigilata è stata infatti accolta dalla Corte d’Appello di Parigi e, dopo un paio d’ore dalla decisione, l’auto con i vetri oscurati è partita dal garage di casa sua, nel ricco XVI arrondissement, ed è andata a prenderlo nel cortile del carcere.

Stare in prigione, «è dura, durissima, lo è certamente per tutti i detenuti. Direi che è massacrante»: con il volto segnato ma estremamente determinato, Sarkozy era comparso in mattinata in tribunale in collegamento video. Ha risposto ai giudici offrendo l’immagine di un ex capo dello stato francese e dell’Unione europea rinchiuso in una cella. Il presidente del tribunale aveva disposto per i suoi familiari – la moglie Carla Bruni e il figlio Jean con la compagna appena giunti in aula – lo spostamento in prima fila così da poter essere visti da Sarkozy nel collegamento dal carcere.

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A 70 anni, l’ex presidente è apparso provato, il regime carcerario non ha fatto sconti, anche se le misure per garantire la sicurezza di un detenuto «eccellente» come lui sono state imponenti. Secondo le testimonianze, si sarebbe nutrito quasi esclusivamente di yogurt durante il periodo di detenzione, diffidando del cibo servito in cella.

Oltre venti giorni di carcere

In carcere era finito il 21 ottobre, in ottemperanza a una disposizione duramente contestata dai suoi legali e dai suoi sostenitori, ma voluta proprio dalla destra e dal partito dei Républicains: la possibilità di far scontare all’imputato la pena subito dopo la sentenza di primo grado, con «esecuzione provvisoria», senza attendere l’appello. Questo in presenza non soltanto dei rischi di «inquinamento delle prove» o di «fuga», che per Sarkozy sarebbero stati inconsistenti. Ma anche in considerazione della «gravità dei reati commessi», come sottolineò nella lunga lettura della sentenza la presidente del tribunale.

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Le accuse

Sarkozy, nel processo per i fondi del regime libico di Muammar Gheddafi alla campagna elettorale che lo portò nel 2007 all’Eliseo, è stato condannato a 5 anni di carcere. Non per corruzione o per l’effettivo arrivo nelle casse della campagna elettorale di quei fondi, ma per «associazione per delinquere»: in particolare, essere stato al corrente che due dei suoi più stretti collaboratori, Brice Hortefeux e Claude Guéant, si recavano in Libia a incontrare il numero due del regime, Abdallah Senoussi. Peraltro condannato all’ergastolo in Francia per l’attentato contro il DC10 della compagnia aerea UTA, che il 19 settembre 1989 causò 170 morti di cui 54 francesi.

Libertà vigilata con restrizioni

Per il presidente della Corte d’Appello, quegli elementi che avevano spinto in carcere un mese fa Sarkozy, non sussistono più. Per lui, quindi, libertà vigilata con alcune precise restrizioni, una delle quali – in particolare – ha fatto molto discutere.

Sarkozy, oltre a non poter lasciare il territorio francese per evitare possibili influenze su persone coinvolte nella vicenda libica, si è visto imporre un «divieto di contatto» allargato al ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, alla luce della capacità dell’ex presidente «di azionare diversi servizi dello Stato». Darmanin è un compagno di partito di Sarkozy che si considera una creatura politica dell’ex presidente, ed è a lui molto legato. Tanto che il 29 ottobre, sfidando le critiche, il Guardasigilli era andato a visitare in carcere l’ex presidente, un’iniziativa criticata dai magistrati francesi.

Sarkozy è tornato libero, sotto controllo giudiziario, in attesa del processo di appello in programma a marzo. Fra due settimane, però, conoscerà la decisione della Cassazione sulla sua condanna in appello nella vicenda «Bygmalion», le false fatture nella campagna elettorale del 2012. Che, in linea puramente teorica, potrebbe costargli un rientro in carcere, vista la condanna che gli è stata inflitta a un anno di carcere (sei mesi senza condizionale). «Il diritto è stato applicato – ha scritto intanto in un post appena rientrato a casa – adesso preparerò il processo in appello. La mia energia è tesa unicamente a dimostrare la mia innocenza. La verità trionferà. Lo insegna la vita».

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