Il processo per la morte di Maria Vittoria Prati e di Fulvio Filace
Era il 23 giugno 2023 quando una Volkswagen Polo sperimentale prese fuoco lungo la tangenziale di Napoli, causando la morte della ricercatrice del Cnr Maria Vittoria Prati, 66 anni, e del tirocinante di 25 anni Fulvio Filace. L’auto faceva parte del progetto europeo “Life Safe”, nato per studiare veicoli alimentati da energie rinnovabili. Secondo l’inchiesta seguita dalla pm Manuela Persico, il rogo sarebbe stato provocato dal malfunzionamento della batteria al litio installata sul prototipo, che esplose durante la marcia.
Sei rinvii a giudizio e processo fissato per gennaio
Davanti alla giudice Ambra Cerabona, si è svolta l’udienza preliminare nei confronti di sei imputati accusati, a vario titolo, di omicidio colposo. Tutti sono stati rinviati a giudizio e dovranno comparire davanti al Tribunale il 20 gennaio prossimo, nel processo che sarà celebrato dinanzi alla giudice monocratica Linda D’Ancona.
Le famiglie delle vittime saranno rappresentate dagli avvocati Ivan Filippelli, per i parenti della professoressa Prati, e Fabio Russo, per i familiari di Fulvio Filace. Alla difesa siederanno invece gli avvocati Mario Papa, Sabina Coppola, Ilca Meloro, Enrico Buratti e Matteo Bodo.
Le indagini sulle cause e i sospetti degli inquirenti
Come ha ricostruito Dario Del Porto su «Repubblica Napoli», il progetto “Life Safe” mostrava segni di crisi già mesi prima della tragedia. Gli investigatori ipotizzano che, nonostante le criticità legate alla batteria, si sia scelto di proseguire i test per evitare di perdere parte dei finanziamenti europei. È quanto emerge da una serie di chat e di email acquisite agli atti.
Dalle verifiche dei carabinieri risulta che la batteria montata sul prototipo aveva percorso soltanto sei chilometri prima della consegna, già installata, mentre l’auto aveva totalizzato 418 chilometri in tutto. Di questi, 120 erano stati percorsi il giorno prima dell’esplosione e 100 nel giorno stesso.
Le email d’allarme prima della tragedia
Tra gli atti figurano diversi scambi di posta elettronica che avrebbero anticipato le difficoltà del progetto. In una mail del 2 marzo 2023, il project adviser del programma – estraneo all’inchiesta – manifestava il proprio «disappunto per il mancato raggiungimento dei risultati attesi», segnalava che «l’unico prototipo costruito», la Polo, era risultato «non operativo» all’ultimo controllo del 27 gennaio e aggiungeva: «Permettetemi di esprimere la mia perplessità sul raggiungimento di tali obiettivi, visto che intendete realizzare queste attività in un brevissimo lasso di tempo, mentre non siete riusciti a realizzarle in anni».
L’adviser avvertiva che, in caso di mancato completamento dei prototipi, sarebbe scattata la «riduzione del contributo europeo al progetto».
Il giorno successivo, il 3 marzo, un dirigente di una società di energie alternative coinvolta nell’iniziativa (né lui né l’impresa risultano indagati) scriveva a due degli attuali imputati, il docente universitario in pensione Gianfranco Rizzo e l’allora amministratore Matteo Marino: «Ciao, purtroppo sta finendo come era ovvio che finisse. Dobbiamo prepararci a indossare le mutande di latta. Facciamo il possibile per mettere almeno in sesto i due prototipi che abbiamo».
Le contestazioni e le difese
A Rizzo, Marino e a Francesco Antonio Tiano, collaboratore del professore, la Procura contesta di aver consegnato il veicolo per i test alla professoressa Prati senza segnalare le anomalie riconducibili alla batteria. Gli altri tre imputati – Enrico Bianconi, Claudia Bonaccorso e Gregorio Iuzzolino, dipendenti della “Mecaprom Technologies Corporation Italia srl”, proprietaria della vettura – sono accusati di aver assemblato la Polo installando una batteria al litio priva di certificazione e mai sottoposta a test.
Tutti respingono le accuse. Durante l’udienza preliminare, Matteo Marino ha chiesto di essere interrogato, precisando di aver avuto solo un ruolo amministrativo e di essere stato «mero destinatario» delle mail citate negli atti.




