Inchiesta plusvalenze, gli ex vertici della Juve patteggiano la pena

Un anno e 8 mesi per l’ex presidente Andrea Agnelli

Si chiude con il patteggiamento degli ex vertici societari della Juventus il procedimento sulle presunte plusvalenze legate alla compravendita dei calciatori. Il gup di Roma, al termine di una breve camera di consiglio, ha ratificato quanto già concordato nei mesi scorsi. In particolare il giudice ha dato il via libera, tra gli altri, a una pena di 1 anno e 8 mesi per l’ex presidente Andrea Agnelli, 1 anno e 2 mesi per l’ex vice Pavel Nedved e 1 anno e 6 mesi per Fabio Paratici.

Undici mesi per altri due imputati. Le pene sono sospese. «La decisione di avanzare la richiesta di applicazione della pena, sospesa – commenta Agnelli -, priva di effetti civili e di sanzioni accessorie, senza riconoscimento di responsabilità, quindi coerente con la mia posizione di innocenza, è stata indubbiamente molto sofferta».

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Il giudice ha sancito il non luogo a procedere per Maurizio Arrivabene, altro ex dirigente bianconero. Disposta inoltre una multa nei confronti della società Juventus di 156 mila euro. Un terzo delle oltre 200 parti civili ha trovato l’accordo risarcitorio per un importo complessivo di 1 milione e 80 mila euro. I reati contestati alla dirigenza juventina variano, a seconda delle posizioni, dall’aggiotaggio all’ostacolo alla vigilanza e a false fatturazioni. La richiesta di processo era stata avanzata dai pm Lorenzo Del Giudice e Giorgio Orano nel luglio del 2024.

L’inchiesta Prisma e le decisioni della Cassazione

L’indagine, ribattezzata Prisma, è arrivata all’attenzione dei magistrati di piazzale Clodio dopo una decisione della Cassazione. Gli accertamenti erano stati, infatti, avviati dalla Procura di Torino che aveva lavorato sulle presunte plusvalenze «artificiali» realizzate sulla compravendita di calciatori e sulla «manovra stipendi», vale a dire lo stop nell’erogazione dei compensi ai tesserati dettato nel 2020 dall’emergenza Covid che però, secondo i pm, fu soltanto simulato.

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Si pensava che il reato più grave (la manipolazione del mercato) fosse stato commesso nel capoluogo piemontese perché è dalla sede del club che il 20 settembre 2019 partì, per via telematica, il primo comunicato alla Borsa. La Suprema Corte ha stabilito invece che la competenza è tutta romana in quanto è nella Capitale che il data server del sistema operativo rese il messaggio «accessibile al pubblico», attraverso una connessione da remoto al sito www.1info.it. Dopo la sentenza degli ermellini, la Guardia di Finanza di Roma era salita in trasferta a Torino per confrontarsi con i colleghi pedemontani.

I capi d’accusa

I pm capitolini, nel dicembre del 2023, hanno poi assemblato un capo d’accusa che ricalcava quello di Torino, ritoccando però qualche cifra e aggiungendo qualche episodio. Nel documento comparivano diversi scambi di calciatori che avrebbero generato plusvalenze fittizie: Caldara-Bonucci con il Milan (21 milioni), Pjanic-Arthur con il Barcellona (43 milioni), Cancelo-Da Silva con il Manchester City (5 milioni) e poi con il Pescara, il Pisa, la Sampdoria, il Genoa, il Parma, il Sion, il Lugano, i marsigliesi dell’Olympique e la Pro Vercelli.

Sempre per i filoni di indagine legati a presunte plusvalenze, è fissata per il 2 ottobre, davanti al gup di piazzale Clodio, l’udienza del procedimento a carico del presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, in cui si procede per il reato di falso in bilancio in relazione alle annate 2019, 2020 e 2021. Oltre al presidente del club, il giudice è chiamato a vagliare la richiesta di processo per il club e per il braccio destro del patron, Andrea Chiavelli. Al centro del procedimento l’operazione legata alla compravendita dalla Roma del difensore Kostas Manolas nell’estate del 2019 e dell’acquisto dell’attaccante Victor Osimhen nel 2020 dalla squadra francese del Lille.

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