Le figuracce infinite delle «facce di tolla» della sinistra italiana e dei volenterosi di Macron

E la Meloni porta Vance e Von der Leyen al tavolo

Le solite «facce di tolla». Temendo che il risultato dei 5 quesiti referendari possa essere scontato – e non come vorrebbero loro – i «sinistrati» hanno deciso – per dirla con un «francesismo di mezzana» – di provare a pararsi il «culo».

Se la stanno prendendo con tutti – la maggioranza, la Rai e giornali accusandoli di averli oscurati e minacciando azioni legali – tranne che con se stessi e la propria inconsistenza. Il leader dei pentastellati, infatti, ha sottolineato che «c’è una maggioranza che fino a qui non si è capito che cosa vuole, l’unica cosa certa e che hanno paura che i cittadini vadano a votare. Questo è il senso di democrazia anche delle nostre alte istituzioni».

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L’astensione come opzione democratica legittima

Spero che prima o poi, possibilmente più prima che poi – soprattutto per il futuro della democrazia – che qualcuno spieghi a lui e agli schleiniati del Pd, agli «avvisati» di Bonelli e Fratoianni e ai suoi allievi di partito che se la Costituzione prevede che per dare validità al referendum occorre che voti il 50%+1 degli aventi diritto, significa che, nello specifico, le opzioni di voto non sono soltanto due: «sì» e «no» ma tre con l’aggiunta dell’astensione. Di conseguenza è nel pieno rispetto dei dettami democratici e, quindi, assolutamente legittimo invitare gli elettori ad astenersi.

La sinistra ha la memoria corta (a convenienza)

Ma lo sanno anche loro. Altrimenti, Schlein e compagnia «cantante», dovrebbero riconoscere di essere gente senza parola, perché nel 2003 (epoca Ds) su di un volantino «antireferendum Bertinotti» garantivano solennemente che «astenersi è un diritto parola dei Ds». Tanto più che, negli ultimi trent’anni (1995-2025) su dieci consultazioni referendarie abrogative – le uniche a prevedere il quorum – solo 2 lo hanno ottenuto. Ed è giusto anche aggiungere che nei 30 complessivi: tra costituzionali (per i quali non è previsto alcun quorum) e abrogativi, per l’astensione si sono schierati, legittimamente, tutti i partiti, ora l’uno ora l’altro – in coalizioni, o singolarmente – secondo le convenienze del momento.

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Referendum inutili e risorse sprecate

Ed è opportuno inoltre rammentare che il 70% delle norme abrogate coi quesiti che lo hanno ottenuto, non sono state ritoccate per niente. Neanche per dare un minimo senso a quelle risorse sprecate. Di tutto questo, però, la sinistra che – come si sa – ha la memoria, non corta ma, cortissima, non se ne ricorda. Soprattutto quando non le torna utile rammentarsene.

La strategia della Schlein: scaricare la colpa prima del voto

La verità, però, è che questa polemica sull’invito della maggioranza a disertare le urne l’8 e il 9 giugno, serve a «missElly» per allegerire – in caso di sconfitta, che gli ultimi sondaggi di Noto per «Porta a Porta» danno ormai per certa – le proprie responsabilità per il flop e l’inaugurazione, nel campo(santo) anche di una cappella «votiva» referendaria, agli occhi degli elettori.

Quelli del Pd e dei riformisti amici di Renzi, che la contestano – accusandola di «agitare un simulacro fuori dal tempo che divide» – facendone traballare la poltrona e dei suoi stessi fedelissimi che cominciano a sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. Attribuendola alla Rai che ha «silenziato i quesiti», al «silenzio preoccupante, della premier sugli inviti all’astensione di La Russa, Tajani e Fedriga» e al Governo che «ha sabotato la democrazia».

Un decennio al governo senza vincere le elezioni

Se non ci fosse da piangere, per i guasti che hanno procurato al Paese e le risorse buttate a mare, a sentirli ci sarebbe da scompisciarsi dalle risa. Perché – pur non avendo mai vinto le elezioni politiche – dal novembre 2011 hanno occupato (alla faccia della democrazia, di cui si riempono la bocca) ininterrottamente, palazzo Chigi, fino all’ottobre 2022.

Quando in seguito alla vittoria del centrodestra all’appuntamento con le urne del settembre precedente e l’indiscutibile successo di Fdi, da allora primo partito d’Italia, sono stati costretti ignominiosamente a cederne la chiave alla Meloni. Il cui governo ha raggiunto il 5° posto nella graduatoria di longevità della storia repubblicana, mentre FdI mantiene il primo posto fra i partiti, ma volando al 31%.

Del resto da un’opposizione vuoto a perdere e de-ideizzata, incapace di partorire una sola strategia politica e di sviluppo per il Paese, diventata una sorta di compagnia di giro di nani e ballerini, che plaude al leader di +Europa, Riccardo Magi che, mascherato da fantasma, dà spettacolo in Parlamento, cosa c’è da aspettarsi? Niente, solo che – vittima della Schlein, affascinata da Landini – continui a blaterare di salario minimo di 9 euro l’ora (meno degli 11,20 attuali), per poi, magari, firmare contratti di lavoro per 5, ovviamente lordi e boicottare, invece, leggi come quella della Cisl per l’ingresso dei dipendenti nei Cda delle aziende.

Guerra e ipocrisie internazionali

E che, dulcis in fundo, non sa stare all’opposizione, odia la destra e gli italiani che la votano e pensa di spedirli in guerra a Kiev. E, facendo da spalla a Francia, Regno Unito e Germania i tre Paesi europei dove si producono più armi (solo un caso?) e ai rispettivi leader: Macron, Starmer e Merz, desiderosi d’inviare truppe armate a Kiev, «camuffati» da «volenterosi» boicotta la trattativa di pace Kiev-Mosca nella speranza che fallisca. Certo quando è nata l’Ue ci avevano promesso la pace eterna. Non quella della morte, però!

Da questo punto di vista, però, i «piani di Macron e Starmer» sono già saltati. Il premier teutonico, appena terminato l’incontro con Macron e Starmer, è volato a Roma e ha incontrato la premier Meloni.

E dopo un pomeriggio passato insieme a sottoscrivere impegni comuni su industria, migranti e freno al delirio green, e aver stoppato anche il delirio Macron per l’invio di truppe in Ucraina, ieri hanno partecipato – con il vicepresidente Usa, Vance – alla messa d’insediamento di papa Leone XIV. E dopo la celebrazione il trilaterale Meloni, Vance e von der Leyen. Sottolineando così, l’ennesima figuraccia del presidente francese e della sinistra italiana che continua a inseguirla.

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