Ex Ilva, il Governo tra sfide e rilancio: si punta a una rinascita sostenibile di Taranto

Situazione delicata soprattutto dopo lo stop all’altoforno 1

La vicenda dell’ex Ilva continua a rappresentare una delle sfide industriali e sociali più complesse del nostro Paese. Ma oggi, a causa all’impegno del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e al lavoro sinergico del Governo, si intravede una rotta chiara: il rilancio dell’acciaieria di Taranto può e deve passare attraverso un modello sostenibile, tecnologicamente avanzato e in grado di garantire occupazione e rispetto dell’ambiente.

La situazione è delicata, soprattutto dopo lo stop all’altoforno 1 (Afo1), avvenuto senza un’adeguata preparazione tecnica. In un documento interno visionato dall’ANSA, il capo area degli altoforni, ingegner Arcangelo De Biasi, ha messo nero su bianco i rischi legati a un’eventuale riaccensione dell’impianto: «se il forno resta fermo troppo a lungo – scrive – la ripartenza potrebbe essere addirittura impossibile». Parole che rendono evidente la necessità di interventi rapidi e coordinati per evitare danni irreversibili agli impianti.

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Ed è proprio in questo contesto che si inserisce l’azione del ministro Urso, che ha ribadito con forza la volontà del Governo di superare le polemiche e concentrarsi sulle soluzioni. «È un momento cruciale – ha dichiarato – e dobbiamo affrontarlo con responsabilità. Non è il tempo delle recriminazioni, ma delle risposte concrete». Parole nette, che mostrano una chiara determinazione politica nel non abbandonare né i lavoratori né il futuro produttivo di Taranto.

I punti critici

Le difficoltà non mancano: dai ritardi sull’autorizzazione integrata ambientale (AIA), alla necessità di cassa integrazione per circa 4mila dipendenti, fino allo scontro con la magistratura. Con il supporto del MEF, è stato sbloccato il passaggio decisivo per l’erogazione di 100 milioni di euro, fondi fondamentali per garantire continuità operativa e produttiva. Risorse che, come confermato anche dall’azienda, sono in arrivo e serviranno a sostenere l’attività fino alla cessione.

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Un ruolo fondamentale lo giocherà anche l’interesse strategico manifestato da Baku Steel. L’Azerbaigian si è detto pronto a investire nel rilancio del sito, in un’ottica di piena decarbonizzazione. Il dialogo con il Governo italiano è già entrato nel merito tecnico e industriale, segno di un confronto concreto e costruttivo. Il ruolo di Invitalia sarà determinante per garantire una partecipazione pubblica qualificata all’operazione. Certo, una nuova Via italiana all’industrializzazione non dovrebbe prevedere l’intervento di società non italiane in un asset strategico quale quello in cui si inserisce l’Ilva. Tuttavia, in assenza di una cordata nostrana con capitali e competenze adeguate, le alternative non sembrano essere molte.

Le richieste dal territorio

Non mancano, infine, le richieste dal territorio. Le associazioni dell’indotto – come Aigi e Aepi – chiedono di accelerare i tempi e abbandonare le contrapposizioni ideologiche tra ambiente e lavoro. «Taranto ha già pagato abbastanza – dicono – serve responsabilità, coesione e coraggio». Anche i sindacati, con Fim, Fiom e Uilm, hanno inviato una richiesta urgente al Governo per riunire il tavolo permanente e affrontare con urgenza le problematiche aperte.

E proprio lunedì si terrà un incontro cruciale al Mimit, con la partecipazione delle aziende interessate a investire su Taranto. Un segnale forte, voluto dallo stesso Urso, che vede nella città pugliese il cuore pulsante di una nuova industria siderurgica green. «Taranto deve diventare un polo di eccellenza per l’industria sostenibile europea – ha sottolineato il ministro – e il Governo è impegnato su ogni fronte per renderlo possibile». Una visione chiara per una industrializzazione sostenibile quindi, in contrapposizione con i principi utopici della così detta deindustrializzazione felice, che fin troppi danni ha recato all’industria italiana ed europea.

In questa fase complessa, l’azione del Governo Meloni e del ministro Urso sta cercando di tenere insieme tutti i fili di una matassa intricata: la tutela dei posti di lavoro, il rispetto delle regole ambientali, la continuità produttiva e la capacità di attrarre investimenti strategici. È un percorso difficile, ma la direzione è chiara. E se c’è una certezza, è che l’Italia ha deciso di non rinunciare a Taranto.

 

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