Torre Annunziata, agguato per «pulire» l’onore del boss: in carcere 2 dei Gallo-Cavalieri

Raggiunti da ordinanza dopo la sentenza in Appello

Era il 27 gennaio del 2017 in via Cuparella a Torre Annunziata, quando un commando di killer fece fuoco contro l’auto di Vittorio Nappi che viaggiava insieme a un amico. L’allora 20enne fu raggiunto dai proiettili alla schiena rimanendo gravemente ferito. Sette mesi dopo l’episodio, i carabinieri di Torre Annunziata ritennero di aver stretto il cerchio intorno ai responsabili dell’agguato. Le indagini portarono al fermo di due giovanissimi, Vincenzo Falanga e Raffaele Gallo, rispettivamente di 26 e 25 anni.

I due sono finiti in manette in questi giorni, dopo la condanna in secondo grado, ed è stato tolto il velo dal movente. All’origine del raid ci fu una vendetta meditata all’interno del clan Gallo-Cavalieri nei confronti di un uomo dopo che aveva cominciato una relazione con la ex moglie di un boss. Purtroppo, ad essere colpito fu Nappi, che con il presunto flirt non c’entrava nulla.

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Incastrati dai filmati delle videocamere e dalle intercettazioni

La storia è stata ricostruita attraverso i frame estrapolati dalle videocamere presenti sul luogo e si è scoperto che il commando era composto da quattro persone che viaggiavano in sella a due moto. Due dei componenti del gruppo di fuoco non sono stati ancora identificati. Ma ad incastrare Falanga e Gallo sono state anche le dichiarazioni rese dalle persone offese durante il dibattimento e, soprattutto, le intercettazioni telefoniche e ambientali.

La sera del 27 gennaio 2017 la Mercedes classe B nera sulla quale viaggiavano Vittorio Nappi, come conducente e Salvatore Iovene come passeggero, uscita dal cancello dell’abitazione del secondo, fu raggiunta da una serie di proiettili. Nappi riportò una grave ferita al torace, scampando alla morte solo grazie ad un intervento chirurgico. Sul luogo dell’agguato furono repertati tre bossoli calibro 9. Quanto al movente, si sarebbe trattato di una questione d’onore. L’ex moglie di uno dei reggenti dei Gallo-Cavalieri sarebbe andata a convivere con il figlio di un boss del contrapposto clan Gionta.

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Dal tenore delle conversazioni intercettate si evince che la vicenda era stata vissuta come un gravissimo affronto. È in questo contesto che Raffaele Gallo avrebbe maturato la decisione di lavare con il sangue l’onta subita, che aveva minato l’onorabilità del padre e sminuito il suo carisma all’interno del clan. Tra i componenti della famiglia del reale obiettivo regnava un clima di terrore.

In un’intercettazione si sente una donna dire: «Io vorrei dirgli una cosa sola… ascoltatemi bene, io li mando in galera… perché non li voglio uccidere ma non voglio essere uccisa». Una vendetta che non trovata sazietà.

La vicenda processuale

Queste sono le circostanze su cui si basano le esigenze cautelari. Falanga e Gallo sono imputati, in concorso con persone non identificate, dei delitti di tentato omicidio aggravato dalla premeditazione, nonché di detenzione e porto di anni in luogo pubblico.

Il Tribunale di Torre Annunziata, il 23 ottobre 2018 li assolse per non aver commesso il fatto. Il pm si oppose al verdetto e in Appello, con sentenza del 27 marzo 2024, i giudici hanno ritenuto i due responsabili del raid, condannando Raffaele Gallo a quindici anni e Vincenzo Falanga a tredici di reclusione. I giudici li descrivono come soggetti di elevato «spessore criminale», anche perché risultano entrambi inseriti, per amicizie e parentele, in uno dei più pericolosi clan della provincia, i Gallo-Cavalieri di Torre Annunziata, in perenne conflitto con i Gionta.

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