Pnrr, Commissione europea: approvate le modifiche del governo Meloni

A disposizione dell’Italia più fondi: 194,4 miliardi se tutti i target verranno raggiunti

Ci sono voluti quattro mesi e circa 150 riunioni ma alla fine il fatidico sì è arrivato: la Commissione ha dato luce verde al nuovo Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. Lo scorso 7 agosto l’Italia aveva presentato il testo, inclusivo del capitolo RePower, con l’obiettivo di una profonda revisione al Pnrr targato Mario Draghi. Il lavoro congiunto con la task force europea ha poi ulteriormente modificato il Piano. In totale, sono 145 le misure nuove o riviste. I miliardi che complessivamente arriveranno a Roma se tutti i target saranno raggiunti sono 194,4, tre in più rispetto al passato.

Meloni: è come una seconda manovra

Per l’esecutivo l’ok giunto da Bruxelles è ben più di una boccata d’aria. «Il governo può mettere a disposizione della crescita economica 21 miliardi di euro, è come una seconda manovra», ha esultato Giorgia Meloni. Il disco verde alla revisione del Pnrr non poteva arrivare senza qualche puntello messo dai tecnici europei. L’Italia aveva proposto un capitolo Repower da 19 miliardi. Di questi, 2,75 arrivano dalle ulteriori sovvenzioni accordate da Bruxelles, il resto da fondi reindirizzati dai altri paragrafi del vecchio Piano.

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La Commissione: ha mantenuto intatte le sue ambizioni

L’Ue ha dato il via libera a un RePower più snello, consapevole della difficile coesistenza tra gli obiettivi del Pnrr e la tassativa deadline del 2026. In ogni caso, il Repower italiano è il secondo più corposo dei Paesi europei dopo quello della Polonia. E, complessivamente, «il Pnrr ha mantenuto intatte le sue ambizioni», è stata la valutazione della Commissione. Il suo via libera dà al Consiglio Ue un mese per la ratifica finale. Salvo colpi di scena la vidimazione – per l’Italia e una decina di altri Paesi – arriverà in occasione dell’Ecofin dell’8 dicembre.

Il governo Meloni ha profondamento rivisto – e non necessariamente ridotto – i target del vecchio piano in 4 settori: i piani urbani di rigenerazione o integrati, il superbonus, i servizi per i bambini, le reti ferroviarie, la riduzione del rischio idrogeologico. Escono invece potenziati gli investimenti per le infrastrutture idriche, gli alloggi per studenti, la formazione e le politiche del lavoro. In totale le riforme sono 66, gli investimenti 150.

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La revisione punta a «rafforzare le riforme chiave in settori quali la giustizia, gli appalti pubblici e il diritto della concorrenza. Una serie di investimenti nuovi o potenziati mira a promuovere la competitività e la resilienza dell’Italia, nonché la transizione verde e digitale», ha sottolineato Palazzo Berlaymont. «Siamo fieri del nostro lavoro, abbiamo fatto ciò che avevamo promesso e spenderemo tutti i soldi», ha assicurato la presidente del Consiglio.

Non ci saranno definanziamenti delle opere

Ad illustrare le priorità del Piano è stato l’uomo che ha tessuto le fila tra Roma e Bruxelles, Raffaele Fitto. Il ministro per gli Affari Ue, la Coesione, il Sud e il Pnrr ha escluso definanziamenti delle opere, ha confermato che la quarta rata da 16,5 miliardi è in arrivo e ha anche assicurato che la richiesta della quinta tranche da parte dell’Italia arriverà entro l’anno, nei tempi previsti.

Una volta concluso l’iter a Bruxelles un decreto legge ad hoc tradurrà in norme le novità introdotte nel nuovo Pnrr. Il grimaldello che ha permesso al governo di rivoluzionare il Pnrr è stato l’articolo 21 del Regolamento Recovery, ovvero le cosiddette circostanze oggettive: dal caro energia alla mancanza di forniture causa guerra, fino ai nubifragi che hanno segnato l’Italia degli ultimi mesi. Ma Bruxelles ci ha voluto vedere comunque chiaro, intervenendo a testo ancora aperto anche per tutelare l’Italia da eventuali e clamorose bocciature.

«La Commissione è stata un po’ rigida ma anche aperta alla possibilità che le risorse siano spese nel migliore dei modi», ha spiegato Meloni senza risparmiare una frecciata al governo precedente: «alcuni progetti erano irrealizzabili». Ora, al governo, non resta che gestire il malcontento degli enti locali per i tagli di alcuni investimenti. «Diteci urgentemente dove dobbiamo trovare nuovi fonti di finanziamento» afferma il presidente dell’Anci Antonio Decaro. Meloni e Fitto hanno assicurato che interverranno con fondi nazionali. Il tira e molla difficilmente finirà presto ma Meloni, ora, ha un problema in meno in Europa.

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