Paolo Rossi, un matta(t)ore fool… attraverso Omero

Al teatro antico di Tindari Patti – Messina continua il festival, diretto da Tindaro Granata, con rappresentazioni di raffinata qualità

Continua il festival, diretto da Tindaro Granata, con rappresentazioni in grado di esaltare le identità contemporanee «e non», mettendo in luce il lavoro di ottimi attori che eseguono costruzioni, sceneggiature e scritture teatrali originali. Le storie raccontate affondano le proprie radici nell’antica oralità greca.

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Già ai tempi si gustavano con piacere quei racconti che servivano ad elogiare o valorizzare lo spirito dei tempi o le vicende esistenziali di modelli di vita, in cui includere il peggio ed il meglio, le tipologie caratteriali e la bellezza delle sfumature.: sì da evocare una vita piena di misteri, magie ma anche delle più prosaiche attrazioni umane, quelle in cui la fascinazione rimane il momento gradevole, quella in cui si ride e procura piacere. La spontanea resa di Paolo Rossi possiede una forza anche con lo strascico scenico della sua parlata.

Uno spettacolo esaltante

In questo esaltante spettacolo «Stand up Omero» l’attore, giullare per antonomasia, sempre ritenuto un «fool», mette in luce quanto i cantori siano interessanti nel raccontare le storie e come siano, sempre, da ascoltare anche evocando l’odissea sulla scorta di Omero, geniale perché in questo caso liberato dall’essere solo «un» classico. A maggior ragione, nella rappresentazione tenuta al teatro antico di Tindari, perché tutto interpretato alla maniera di Rossi, sotto la guida di un Sergio Maifredi, già conosciuto nel comprensorio barcellonese, essendo già stato direttore artistico del Teatro Mandanici. Nella puntata del Teatro antico Paolo Rossi evoca, a pretesto della sua narrazione, il canto di Circe e la sua capacità seduttiva. Questo è la caratteristica di quanto sommariamente sceneggiato, ma che esalta la improvvisazione brillante del protagonista, comunque inseguendo un canovaccio ben scritto e sintetizzato.

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L’Odissea di Rossi si basa su tutti i momenti del progetto elaborato con Sergio Maifredi, anche facendo leva sui personaggi minori. Insomma «Stand up Odisseo» è l’improvvisazione che si fa arte. Perché da un canovaccio prende spunto una narrazione del tutto originale, in cui alla maniera di Dario Fo, uno dei maestri subliminali di Rossi, richiama il detto che «rubare è da geni, copiare è da sfigati». Per cui il suo narrare è rabdomantico, prende qui e là spunti ed intreccia il messaggio millenario collegandolo alla contemporaneità.

Il lascito di Enzo Iannacci a Paolo Rossi

Anche nella serata pattese del Festival di Tindari, Paolo Rossi dedica molte parti del lascito trasmessogli da Enzo Jannacci, sia per gli insegnamenti ricevuti, per la capacità di buttarsi sulla scena e per quella forza dell’amore verso il teatro.

Così da questi evocati ed osannati insegnamenti si evince che rubare serve, per carpire dai messaggi antichi come far combaciare correttamente ed illuminare le interpretazioni moderne. Questo è uno spettacolo che fa ridere, ma al tempo stesso molto serio e rigoroso nel dare un senso profondo a rompere le omologazioni criticando coraggiosamente ed aspramente il «politicamente corretto».

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E nella sua radicale critica l’autore-attore si rivolge allo schema, fornito dall’odierna fase culturale, in cui si coniugano conformismo e supina accondiscendenza ai tanti ismi che vanno dal veganesimo, all’animalismo di maniera fino a giungere alla nuova ideologia dell’alimentazione biologica ed alla significativa ridicolizzazione dei «fruttariani». Certo Paolo Rossi, come nel suo stile, esalta l’importanza dell’esagerare.

Acchiappa l’attenzione di un pubblico attento e sorridente, che tributa i giusti onori con i molti e ripetuti spontanei applausi. Nel suo dire, il matta(t)tore suggestiona e si autosuggestiona, come ammette lui stesso. E nell’orditura scenica gli fanno da controcanto le note della chitarra di Emanuele Dell’Aquila che alterna le musiche di Zorba il greco al blues, sino a fare da spalla con battute incisive.

Omero preso a pretesto

Ovviamente rileva che Omero è solo un pretesto perché attraversando la storia di Circe si giunge a «contare» tante altre storie da quella di Cristo, alla auto-critica al carnivoro ironico che si alimenta osservando il rito degli Apache, oppure facendosi latore del richiamo piacevole al salame biologico, frutto di una filiera burlesca, sino alla descrizione comica dei piccioni che saltellano che sembrano, disorientati, quelli del PD. Rossi, seguendo la scrittura di Maifredi, enumera, impersonando una sorta di umanizzazione, le cicale disturbatrici, prendendo spunto dal loro frinire locale, alle formiche che sembrano lavorare ma girano solo a vuoto (sic!), per poi arrivare, con una mimica impareggiabile, allo zampettare comico delle galline.

Certo le galline, come descritte, sembrano assomigliare, come dice lui sulla scena, agli impiegati dell’INPS che girano intorno ai problemi tentando di risolvere quegli stessi problemi creati da loro medesimi. Di fronte a tutto questo frastuono, occasionale e confuso, secondo la scrittura scenica di Maifredi ed alla capacità improvvisatrice di Rossi, vi è un rimando divertente a «la destra funziona». Si perché la sinistra, oggi, è talmente evanescente che non si sa bene, a detta dell’attore, dove sia posizionata.

E qui finisce la festa

Anche sulla versione del costume sociale lo spettacolo lancia strali nei confronti del neo-razzismo di ritorno ridendoci sopra sulla distinzione tra «neger e stinto», sulle contrapposizioni in versione comica e dissacratoria dei ciechi e dei nani. Nella sua satira politica e sociale Paolo Rossi mette di suo alla grande, concordando alla sua maniera col detto di Enzo Jannacci, laddove era preferibile «Un fiasco trionfale anziché un sobrio tripudio».

E così conclude lo spettacolo con le strofe di Cochi e Renato de «la vita l’è bela» laddove si intuisce tanto del vivere quotidiano ovvero:

«E, la vita la vita / E la vita l’è bela, l’è bela / Basta avere l’ombrela, l’ombrela
Ti ripara la testa / Sembra un giorno di festa / E, la vita la vita / E la vita l’è strana, l’è strana / Basta una persona, persona / Che si monta la testa / È finita la festa»

Setaro

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