«In democrazia il popolo è preso a calci dal popolo per conto del popolo»

Una grande provocazione di Carmelo Bene per affermare un principio efficace per tutti i secoli e utile per tutti

Ricade sulla responsabilità degli uomini l’eccezionale facoltà di concepire un concetto e di tradurlo in fatti: un concetto che, se correlato in una sequenza di argomenti, può fornire risposte ai tanti interrogativi quotidiani che ciascuno si pone. Questa caratteristica ispira lo stare al mondo degli uomini, mette alla prova la capacità della coerenza personale di mettere sotto la luce fluida un itinerario logico, che serve ad intrattenere, a collegare, a mischiare presupposti, condizioni, sviluppi e conclusioni.

Senza voler banalizzare una simile attività si colgono, in questo anfratto, le occasioni per individuare caratteri e trarne specifiche conseguenze che appartengono al novero delle ipotesi da prefigurare e/o delle tracce da lasciare.

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Non appaia mera astrazione lo svolgimento di questo processo di ideazione, immaginazione e costruzione di visioni, che, per attirare l’attenzione, non possono limitarsi a mettere in piedi ipotesi scolastiche, bensì devono assumere un profondo rispetto per la realtà, senza cancellarla o rimanendo nell’ignoranza, nel caso in cui la si nega.

La fase concettuale è un computo metrico e/o un tentativo di natura matematica, laddove il senso e la logica devono essere compresi: non è ascesi, né può ridursi ad una mistica, ma deve sempre e comunque misurarsi con la realtà. Qui l’attività umana si imbatte nel concetto di errore, laddove non riesce ad estrapolare nulla di concreto, di fattivo, di incisivo su quanto accade attorno. Baudrillard seppe comprendere correttamente la debole foggia della realtà quando questa intinse il suo cammino di virtualità. Oggi più che mai – in tempi in cui si impongono la tecnica, la prevalenza del mediatico, che va dal digitale a internet – il contesto che si prova a vivere appare sempre povero di realtà sensibile.

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È da qui che si diparte la negazione dell’evidente e del tangibile ed è da qui che il male intride beffardamente la nostra inclita sensibilità. Il male di vivere come il male del sopravvivere in quella dimensione in cui l’errore randagio si posa su ogni bene.

Certo questo è un gesto che si fa violenza nel momento in cui irrompe e viola la logica sensitiva quella che rinchiude in un sillogismo ieratico la certezza degli approdi pensati e voluti. Il pensiero non può, pertanto, essere prodotto di astrattezza, né immaginarsi assolutamente materiale, ma è soprattutto «ricerca» di quello che ciascuno non ha.

Su questo passaggio ci sembra tornare ad un Carmelo Bene che ha poggiato tutto il suo teatro di scrittura e di pensiero a momento irto di incomprensioni, in cui il malinteso è stilla di piacere e viatico di consapevolezza, in cui si percepisce in maniera forte il paradosso che con le parole dell’artista viene fuori in tutta la sua compiutezza, ovvero.

Sembra affiorare in questa citazione la grande provocazione di Carmelo Bene valida soprattutto nel contesto attuale e che è capace di affermare un principio efficace per tutti i secoli, vale a dire quello che attraverso il fuoco di Prometeo («colui che riflette prima») riesce a distribuire la consapevolezza tangibile e utile alla vita. Siffatta modalità di pensiero appartiene a questa dimensione in cui il mito si congiunge con la realtà lasciando traccia di spirito sul corpo mutevole dell’umanità.

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