Conto alla rovescia per la demolizione della villetta-bunker di Michele Zagaria

Oggi anche il ministro Piantedosi a Casapesenna per l’abbattimento

Una portone in legno come se ne trovano tanti nei vicoli dei paesi, con accesso ad un villetta con pian terreno e primo piano mansardato dall’aspetto assolutamente ordinario, del tutto diversa da quelle superprotette da mura altissime tipiche dei boss dei Casalesi.

Eppure al suo interno, in un sofisticato bunker a scomparsa ricavato nel sotterraneo, un «bunker di ultima generazione» per usare le parole del pm anticamorra Catello Maresca, si nascondeva il superlatitante più ricercato della camorra casertana, Michele Zagaria. La villa e il bunker oggi «scompariranno», il secondo tombato dai vigili del fuoco mentre l’abitazione andrà giù con le ruspe pagate dalla Regione, che consegneranno alla memoria storica quello che fu il covo di Zagaria. All’evento ci sarà anche il ministro dell’Interno, matteo Piantedosi.

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Era il 7 dicembre 2011 quando la Polizia, in particolare gli investigatori delle Squadre Mobili di Napoli e Caserta, fecero irruzione nella villetta della famiglia Inquieto, in via Mascagni a Casapesenna, comune di nascita di Zagaria e dei suoi familiari, dove ormai erano certi che vi fosse il capoclan. In varie occasioni precedenti gli investigatori furono vicini alla cattura, poi sempre sfumata.

La cattura di Michele Zagaria e le indagini

Nel dicembre 2011 invece non sbagliarono, anche se i poliziotti dovettero sfondare varie parti di muro in diverse stanze, poi iniziarono nel corridoio vicino al soggiorno, e ad un certo punto, quando si stavano avvicinando al risultato, sentirono la voce del boss, ormai consapevole che non c’era più nulla da fare e che la sua latitanza era ormai terminata. «Basta, non sfondate, sono qui. Mi arrendo», furono le parole concitate di Zagaria, che fu poi preso in consegna dai poliziotti esultanti.

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Il capo dei Casalesi, rappresentante di quell’ala imprenditoriale del clan, poteva entrare nella villetta sovrastante degli Inquieto attraverso una scaletta che collegava il bunker sotterraneo con una piccola stanza la cui porta dava sul corridoio nei pressi del soggiorno; nella piccola stanza c’era un congegno elettrico che permetteva di spostare il pavimento e a Zagaria di uscire da una botola.

Gli inquirenti scoprirono poi l’esistenza di un impianto elettrico di videosorveglianza che non solo metteva in collegamento il bunker con l’appartamento sovrastante – in particolare con la mansarda dove era installata una piccola telecamera – ma anche con un ulteriore immobile sito in via De Gasperi 6, dove Vincenzo Inquieto aveva l’ufficio della sua ditta di termoidraulica. Nel vicolo dove c’era la villetta, in un’edicola votiva era stata inoltre installata una telecamera collegata con l’intero impianto.

Le condanne per favoreggiamento e la rete di citofoni

Dunque Inquieto e la moglie Rosaria Massa – entrambi condannati per favoreggiamento aggravato – potevano tenersi in contatto e soddisfare ogni esigenza di Zagaria, in qualunque momento, e controllare anche i movimenti esterni al vicolo e l’eventuale arrivo delle forze dell’ordine. Prima e dopo la cattura di Zagaria, sono stati scoperti altri covi – non lontano da quello di via Mascagni – dove il boss ha trascorso altri momenti della sua latitanza.

Gli inquirenti hanno anche scoperto una rete di citofoni che praticamente copriva l’intero paese e permetteva al boss di parlare con i fratelli e i suoi fedelissimi. La villetta degli Inquieto è stata sequestrata subito dopo la cattura di Zagaria e acquisita al patrimonio del Comune di Casapesenna, che avrebbe voluto utilizzarla mentre invece l’Agenzia dei Beni Confiscati era di diverso parere. Alla fine si è deciso di abbatterla perché abusiva e di farci un parco pubblico.

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