Le questioni di giustizia e il ruolo dei magistrati in difesa della comunità

E’ loro compito dipanare la matassa controvertibile e, per questo, esaltare le sfumature e cogliere il senso delle cose

Il mio diritto penale si limita a questioni che afferiscono alle pubbliche amministrazioni, ovvero agli abusi, all’offesa delle istituzioni, alle omissioni nelle condotte doverose, ai principi che hanno a che vedere e/o a che fare con gli interessi ed i diritti pubblici. Per cui nell’imbastitura processuale di questi riti si approfondiscono molte dinamiche che riguardano comportamenti e azioni che collidono con i principi del limite e del divieto.

Nelle altre forme processuali e in altri riti emerge e si afferma la cristallizzazione di un mondo di relazioni sia nel privato che nel pubblico, che vive lo scontro come momento di evidenziazione di identità culturali e sociali che non vanno esasperate.

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Qui il ruolo della giurisdizione fornisce la sede argomentativa in soccorso e si declina una giustizia che negozia posizioni giuridiche e diritti compressi, in cui le pubbliche amministrazioni ovvero soggetti prossimi privati mettono in discussione i beni della vita: lavoro, abitazione, genitorialità, servizi resi o non erogati, o ancora il diritto alla vita o alle cure sicure. In tutto questo gioco di relazioni con beni e valori, con condizioni e principi bisogna realizzare un equilibrato cammino di conoscenza ed avvedutezza, di proiezione e lungimiranza.

Entrambe queste qualificazioni, se coniugate e declinate correttamente, aiutano ad argomentare in ordine alle tutele da apprestare, ai diritti difendibili ed agli interessi giuridicamente rilevanti. Qui interviene la giustizia praticata ed ispirata dai Giudici, ovvero da quei soggetti-istituzioni che mirano a contemperare i ragionamenti ed a temperare gli assoluti nel confronto con i limiti.

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In tutto questo crogiuolo di pensieri e parole e di evidenti necessarie correlazioni, è l’ordinamento a riconoscere i diritti ed a reggere l’equilibrio del sistema tra sapienza e pragmatismo. Sono i magistrati che per dipanare la matassa controvertibile esaltano sfumature e colgono il senso delle cose per rendere utile lo scrutinio dei fatti e delle dinamiche. Questo ruolo è intimamente legato alla funzione di capire e poi di deliberare, ovvero di comprendere fino in fondo se con il sistema delle regole e delle interpretazioni si possa tradurre il diritto in giustizia. Qui sta il coraggio degli uomini, di quelli che possiedono equilibrio nel discernere e la forza di realizzare quel compito in solitudine.

Il meccanismo della giustizia ha avuto due momenti rilevanti di recente: (1) la Corte Costituzionale che si è pronunciata sull’obbligo vaccinale e (2) le diverse Corti distribuite sui territori che svolgono, alacremente e perigliosamente, funzioni che mirano a perimetrare ambiti, dare senso alle posizioni, anche quelle contrapposte, ovvero di riportare serenità dopo l’intervenuto litigio e/o conflitto.

Ecco che qualora si rischi di travolgere gli equilibri interviene quella perdita di ordine che genera disordine tra norme giuridiche che, in questi casi, risultano essere “pecore senza pastore”. Ecco che il richiamo a siffatta locuzione dà l’immagine della confusione interpretativa, tale da disorientare e generare sfiducia. Laddove la Corte Costituzionale, luogo istituzionale del fare sintesi tra politica e legislazione, brutalizza principi fondamentali come la libertà di scelta nelle cure e soprattutto evidenziando l’incapacità a valutare correttamente l’autodeterminazione in difesa del proprio corpo.

Ovviamente è illogico poter ragionare, sotto il profilo del metodo, in termini contraddittori sull’eutanasia con la giusta prudenza ed in materia di pandemia diramare, invece, posizioni assolutistiche senza alcuna via di fuga. Ciò equivarrebbe a dire e, al tempo stesso, negare a ciascuno qualsiasi autonomia nello scegliere le ragioni della libertà di pensiero, di espressione e di cure.

Questo gesto giurisdizionale, ai suoi massimi livelli, rischia, soprattutto appunto nel metodo prescelto, di intorbidire le acque, facendo perdere chiarezza con sentenze che acuiscono la conflittualità sociale e culturale, denegando al sistema giurisdizionale la necessaria prudente articolazione. I cattivi maestri si annidano ovunque e proprio per questo bisogna mantenere alta l’attenzione.

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