Calunnie, menzogne e corruzione, così cadeva il Reame Borbonico

Le grandi diffamazioni della storia risorgimentale. L’anti politica come mezzo di distruzione

Malgrado i candidi pensieri aristotelici definissero politica l’arte di governare nel rispetto dei valori di etica civile, la realtà purtroppo è sempre stata tutt’altra. Lo sa bene la pudica Corona Inglese che già oltre 170 anni fa, prima che l’Italia divenisse Stato unitario, fece ampio uso della menzogna e della calunnia come strumento politico ordendo, insieme alla maestrina Francese il piano per condannare alla disfatta il pacifico stato Borbonico e consegnarlo nelle mani del Piemonte che già da prima era divenuto burattino d’Europa per gli enormi debiti contratti con queste Nazioni.

Il loro obiettivo era chiaro; sfruttare la meschinità dello stato Sabaudo «proponendo» un’unificazione di tutti gli Stati Italici sotto la corona Savoia con il solo intento di allungare il proprio potere in tutto il Mediterraneo, anche in previsione della prossima apertura del canale di Suez che avrebbe permesso loro l’accesso diretto alle colonie d’Africa.

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Il 17 febbraio 1861, il Regno delle Due Sicilie veniva strappato alla dinastia Borbonica da un complotto internazionale di matrice massonica e dal tradimento personale di un’intera classe dirigente. Tutto ebbe inizio 10 anni prima con incessanti manovre diffamatorie volte a discreditare i Borbone nei confronti dell’opinione pubblica, ciò avrebbe reso il terreno più fertile per il colpo di grazia che sarebbe venuto di lì a poco. Iniziò così un periodo di calunnie e diffamazioni da parte di Italia, Francia ed Inghilterra.

Ad innescare questa spirale rovinosa fu la lettera del 1851 del parlamentare britannico sir William Ewart Gladstone il quale in una lettera inviata a tutti gli Stati d’Europa denunciava il «regime poliziesco borbonico». Egli Sul governo Borbonico scriveva :«esso rappresenta l’incessante, deliberata violazione di ogni diritto, la perfetta prostituzione della magistratura […] la negazione di Dio, la sovversione di ogni idea morale e sociale eretta a forma di governo».

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Accuse pesantissime verso uno stato pacifico che per oltre un secolo non aveva mai tentato alcuna mira espansionistica. Questa denuncia però non elencava casi specifici, ma solo vaghe notizie strampalate e fantasiose circa l’esistenza di camere di tortura segrete, aguzzini bastonatori che avrebbero picchiato e represso i liberali napoletani, tutto al solo intento di produrre odio verso la famiglia reale Napoletana.

William Ewart Gladstone

Quella lettera, opportunamente diffusa, ebbe un impatto devastante sull’immagine che l’opinione pubblica internazionale aveva del Regno borbonico provocando reazioni indignate e severe condanne morali. Solo molto più tardi, nel 1889 Sir Gladstone, per sua stessa ammissione dichiarò che quanto detto nel 1851 era una falsità montata ad arte per screditare lo Stato Borbonico; rivelò che né lui stesso né alcun membro della corona era stato in visita a Napoli in quelle circostanze; rivelò altresì che quella lettera era parte di un complotto contro il Regno delle Due Sicilie e che dietro quel complotto ci fosse stata la mano di Henry John Temple, visconte di Palmerston, al tempo primo ministro di sua maestà britannica la regina Vittoria.

A quelle menzogne né seguirono altre ed altre ancora. Anche ad unificazione avvenuta, per sedare il malcontento dilagante dei popoli meridionali traditi ed il concreto rischio di una restaurazione continuarono le sanguinose repressioni e l’immancabile arma della diffamazione come strumento politico.

Nel 1862 lo Stato Pontificio dove Re Francesco e Sua moglie erano in esilio fu scosso dal primo eclatante scandalo della storia. La regina di Napoli, Maria Sofia, appena deposta dai piemontesi fu fotografata nuda. Nel 1862 circolarono a Napoli e in tutta la penisola presunte foto in cui la sovrana era ritratta senza veli e in pose oscene.

Si trattava di fotomontaggi, i primi della storia, usati dai «leali» Savoia con l’ignobile scopo di screditare ancor di più la coppia reale. I fotomontaggi furono realizzati fotografando una ventenne prostituta romana, Costanza Vaccari, che in cambio di 100 scudi posò come modella. Questa era ritratta in pose oscene, come quella di un rapporto sessuale con uno zuavo pontificio o come trascritto su un verbale dell’epoca «totalmente ignuda, seduta semisdraiata in una poltrona, con la mano alla natura in atto di far ditali, avente in prospettiva di essa i ritratti di Sua Santità, del signor Generale De Goyon, dell’eminentissimo Antonell». In seguito sul corpo della modella fu montato il capo della regina.

Sono trascorsi i secoli, ma né guerre, né stragi e neanche la crescita culturale dei popoli hanno cambiato le cose; come recitava l’attore Ben Gazzara nel film il «Il Cammorrista» di Giuseppe Tornatore del 1986 alla domanda su cosa fosse la politica il Professore di Vesuviano rispondeva : «la politica è l’arte di fotxxxe il prossimo».

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