Madonna in processione si «inchina» al boss: parroco e maresciallo lasciarono il corteo

È successo nel giugno del 2016 nel Napoletano

La statua della Madonna si ferma e si inchina davanti alla villa del boss mentre il parroco e il maresciallo abbandonano la processione: è successo nel giugno del 2016, a San Paolo Belsito, comune di qualche migliaio di abitanti a cavallo tra le province di Napoli e Avellino dove, nella frazione Livardi, abitava Agostino Sangermano, capo dell’omonima famiglia malavitosa che riusciva a imporre sul territorio persino i prodotti caseari da vendere nelle salumerie.

Ieri quel clan, che faceva i suoi affari sporchi non solo nell’hinterland del capoluogo partenopeo ma anche in parte dell’Irpinia, è stato sgominato dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna e dalla DIA che, coordinati dalla DDA, hanno notificato 25 misure cautelari del gip – tutte in carcere – nei confronti di altrettanti presunti appartenenti alla camorra.

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La protesta di sacerdote e sottufficiale

Il sacerdote e il sottufficiale decisero di lasciare il corteo «ad horas» quando i portantini – su specifica richieste di alcune persone – si resero protagonisti di quel gesto di sottomissione, di quell’accostamento sacrilego, nel pieno della celebrazione religiosa alla quale stavano prendendo parte centinaia di fedeli. In un’ intervista successivamente rilasciata al quotidiano Avvenire, il parroco di San Paolo Belsito, don Ferdinando Russo, volle sottolineare che era arrivato il momento di dire basta alla prepotenza del crimine organizzato.

E anche il vescovo di Nola dell’epoca, Beniamino Depalma, intervenne per lodare la ferma decisione del «suo» parroco e del sottufficiale. Tra i destinatari dei provvedimenti figurano anche i fratelli Nicola e Agostino Sangermano, di 44 e 42 anni: quest’ultimo, quando è stato fermato, aveva anche una pistola addosso. Complessivamente sono due gli arrestati che andavano in giro con un’arma a disposizione.

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L’attività investigativa sviluppata tra il 2016 e il 2019

I militari hanno anche notificato un decreto di sequestro di beni da 30 milioni di euro: i sigilli riguardano terreni, fabbricati, società, autovetture e rapporti finanziari. Altri 90mila euro in contanti, invece, sono stati trovati nella disponibilità di tre indagati. Le contestazioni ipotizzate sono molteplici: associazione di tipo mafioso, estorsione, trasferimento fraudolento di valori, illecita concorrenza, usura, autoriciclaggio e porto e detenzione illegale di armi comuni da sparo, quest’ultimi reati aggravati dalle finalità e modalità mafiose.

L’attività investigativa, che si è sviluppata tra il 2016 e il 2019, ha fatto luce sull’operatività criminale del clan, che imponeva i suoi voleri anche con le armi. I Sangermano facevano affari imponendo articoli caseari a numerosi esercizi commerciali della zona e, agli imprenditori, invece, l’acquisto di provviste per l’edilizia da una sola rivendita di riferimento, ritenuta vicina all’organizzazione malavitosa. Il clan inoltre, si assicurava importanti profitti economici anche attraverso il riciclaggio, l’illecito esercizio della professione creditizia e la concorrenza esercitata però intimidendo le vittime.

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