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Lo sguardo di Dante … attraverso Pupi Avati: l’immagine di umanità più fragile e orgogliosa

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Beatrice, che gioca insieme alle sue consorelle con la bambola, simbolo della procreazione, attrazione di un incantesimo

Quando pose i suoi occhi su Beatrice Dante trovò la bussola per il suo cammino. Non fu amore fu ipnosi e catarsi. Non fu solo guida del suo incedere fu mappa e singolare tensione verso l’obiettivo che doveva squadernare la bellezza che si fa storia di un popolo, capace di incarnare i valori, gli strappi e le mosse di una strategia e che serví a definire una nazione, con i suoi peccati e le sue virtù.

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Dante, nel profilo delineato da Avati attraverso la “Vita nova”, ritrae la biografia non solo intima di un poeta ma anche di una nazione, ancora in fasce, in cui si contrapponevano guelfi e ghibellini. In cui lo scontro generava tracce e dava un senso di marcia per un percorso storico in cui le singole tappe erano segni visibili che riflettevano i tempi di lordure morali e materiali.

I tradimenti e la ‘merda’ pulita sul fiume forniscono oggi nella messa in scena cinematografica l’immagine di un’umanità che fragile perché orgogliosa trovava la propria pulizia morale nella guerra purificatrice e nel bisogno di pace per realismo politico e per realizzare valori contingenti, a volte andando contro le amicizie assolute (rif. tradimento di Guido Cavalcanti).

E per piccoli cenni Avati mette anche in luce le condizioni terribili, sì come la prostituzione diveniva mezzo per un padre di vendere le proprie figlie per poter sopravvivere, fino a sfruttare l’umana stanchezza e la credulità giovanile, che non ne limitavano al contegno spregiudicato.

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La narrazione di Avati, attraversando le traversie di Dante, riflette, nella intima immaginazione dell’autore fiorentino, lo sguardo di Beatrice, che gioca insieme alle sue consorelle con la bambola, simbolo della procreazione e fulgida attrazione di un incantesimo. Fino ad arrivare a quando Beatrice, in realtà, muore e Dante cade in una condizione di mestizia. Qui Avati infrange la vita realmente vissuta ed antepone la scomparsa della sua guida spirituale al matrimonio con Gemma Donati.

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Divenuto Priore Dante afferma la sua personale dimensione pubblica in cui nell’esercizio delle sue funzioni non si prende cura del suo amico Guido Cavalcanti. Ma l’immagine che ritrae il cammino di Dante che sfugge alla persecuzione papale, malevola ed infingarda, è quella che meglio definisce la sua vita fatta di sofferenze e di ambizioni negate. Ecco che lo sbandato fiorentino riesce a farsi un esame di coscienza ravvedendosi, pentito, per ciò che fece nei confronti del suo amico Guido Cavalcanti e proprio nel momento dell’ardore gli balena nella mente l’immagine di Beatrice quale fonte di purezza d’animo.

In tutto questo Avati impiega il personaggio di Boccaccio, conquistato dalla figura del Sommo poeta, per raccontare il viaggio di questi Incaricato di portare alla figlia del poeta il risarcimento di 15 fiorini d’oro da parte della Città di Firenze che aveva ingiustamente fatto morire Dante, esule. Boccaccio (impersonato da Sergio Castellitto) è il leitmotiv di un amore per la poesia e le lacrime finali nel dialogo con la figlia ritraggono un sentimento immenso e assoluto della gratitudine di un uomo e intellettuale che riconosce lo specifico valore di un padre della patria che svela le molteplici pieghe dell’amore, della sapienza, della lingua, della politica.

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