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Il «sindaco pescatore» aveva scoperto traffico di droga: ucciso per zittirlo

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I retroscena dell’indagine che vede coinvolti tre carabinieri, due boss e quattro imprenditori

Angelo Vassallo fu ucciso per evitare che potesse denunciare il traffico di droga nato attorno al porto della «sua» Acciaroli. È la nuova ipotesi investigativa che, a 12 anni dall’omicidio del ‘sindaco pescatore’, ha portato la Procura della Repubblica di Salerno ad iscrivere sul registro degli indagati anche tre uomini dell’Arma: il tenente colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, l’ex brigadiere Lazzaro Cioffi, il carabiniere Luigi Molaro.

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Con loro quattro imprenditori – Giuseppe Cipriano e i fratelli Domenico, Giovanni e Federico Palladino – oltre a due boss, Romolo e Salvatore Ridosso. In mattinata i carabinieri del Ros hanno eseguito un decreto di perquisizione e sequestro a carico degli indagati, accusati a vario titolo di omicidio e di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Due i filoni principali su cui è incentrata la nuova inchiesta, che potrebbe portare ad una svolta clamorosa.

Il primo è legato al traffico di droga che ruotava attorno al porticciolo di Acciaroli, una frazione di Pollica, dove arrivavano i gommoni con lo stupefacente. Un traffico che il sindaco aveva scoperto grazie anche agli appostamenti commissionati ai vigili urbani, poiché «non si fidava» dei carabinieri locali.

Tutto ciò provocò in lui «un forte senso di delusione – si legge nel decreto di perquisizione – verosimilmente per il coinvolgimento di persone che egli non avrebbe immaginato potessero essere coinvolte». Ed infatti, secondo la Dda di Salerno, non solo il giro di droga era «riconducibile ad un soggetto vicino ad organizzazioni camorristiche», ora deceduto, ma in esso «erano attivamente coinvolti» i carabinieri «Lazzaro Cioffi e Fabio Cagnazzo» e «la famiglia Palladino».

Angelo Vassallo si confidò con Alfredo Greco

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Nonostante avesse «forti timori per la propria incolumità», Vassallo si confidò con l’ex procuratore capo di Vallo della Lucania, Alfredo Greco, riservandosi di formalizzare la denuncia ad un carabiniere di assoluta fiducia dello stesso Greco. Ma non fece in tempo perché venne ammazzato la sera prima dell’incontro, il 5 settembre 2010, con nove colpi di pistola mentre rientrava in auto a casa.

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Secondo la Dda, l’omicidio del sindaco fu preceduto da un sopralluogo compiuto da due persone ritenute vicine ai clan – Salvatore e Romolo Ridosso – e dall’imprenditore Giuseppe Cipriano e fu seguito – questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova inchiesta – da «un’attività di depistaggio, già in precedenza pianificata e garantita, realizzata dal tenente colonnello Fabio Cagnazzo e dal Carabiniere Luigi Molaro».

Un depistaggio che avrebbe coinvolto anche l’altro carabiniere Lazzaro Cioffi e che sarebbe stato pianificato, appunto, prima dell’omicidio, motivo per cui questo viene contestato anche agli appartenenti dell’Arma, i quali avrebbero saputo a che sorte Vassallo andava incontro.

Obiettivo dello sviamento delle indagini, in cui Cagnazzo si era infilato non avendone alcun titolo e senza delega da parte della procura, sarebbe stato quello di «indirizzare le attività investigative nei confronti di soggetti estranei al delitto»: i carabinieri sono in particolare accusati di aver acquisito immagini dai sistemi di videsorveglianza per incastrare un uomo conosciuto nel mondo degli spacciatori di droga, Umberto Bruno Damiani, detto o’ brasiliano.

La difesa dei fratelli Vassallo

Soddisfazione per la svolta nelle indagini viene espressa dall’ex pm di Palermo ed attuale avvocato Antonio Ingroia, che assiste i fratelli Dario e Massimo Vassallo. «Finalmente dopo dodici anni si apre uno spiraglio di luce», dice.

«Non posso che esprimere speranza e soddisfazione perché stavamo perdendo la speranza. La Procura di Salerno sembra convalidare a pieno la ricostruzione che noi avevamo fatto in merito alla posizione di Cagnazzo che era stata archiviata. Di fronte all’enormità delle accuse, però, mi sembra che l’azione della Procura sia stata un po’ timida e tardiva. Lo dico nel massimo del rispetto e della stima di miei ex colleghi di cui ho sempre apprezzato l’attività. Ma i cittadini si aspettano maggior coraggio dalla magistratura».

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