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Gli USA non sono un modello, neanche per l’aborto…

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Attenti, però, la Corte Suprema non vieta l’aborto

La contrapposizione «pro life» avverso il «pro choice» che si vuole, negli USA con la sentenza della Corte Suprema che vieterebbe l’interruzione di gravidanza, viene trasposta dai volgarizzatori del giornalismo nostrano in maniera non del tutto aderente ai fatti.

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Il passaggio decisorio della Corte Suprema non vieta in maniera brutale l’aborto, ma delega ai singoli stati dell’unione confederale di poter legiferare in maniera specifica ciascuno nel proprio ambito territoriale e secondo le sensibilità morali e culturali di quelle comunità. Per cui non significa che i singoli stati, per opportunità di scelta e/o per accolta visione ideologico-politica, siano stati messi aprioristicamente, originariamente e definitivamente nelle condizioni assolute ed arbitrarie di «poter» scegliere nel senso di «dover» vietare l’ipotesi di aborto.

Per noi europei che abbiamo visto e vediamo questa scelta come una conquista definitiva per l’autodeterminazione della donna, oggi dobbiamo prendere atto che la storia culturale, esistenziale e sociale può mutare e ri-orientarsi.

È una questione di metodo che viene rimessa in discussione, una visione della storia che, nel suo corso, non approda a scelte e conquiste definitive una volta per tutte, laddove le condizioni, gli effetti originariamente voluti e generati non rispondono più alle istanze generali e sono, invece, preda di gruppuscoli e/o minoranze che possano, nel loro tradursi e farsi storia, evocare derive pericolose, ovverosia mutevoli condizioni che generano confusione nei valori «pre-scelti» e che mirerebbero a diffondere una cultura della morte.

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Tempo fa anche Giuliano Ferrara tentò, con scarso successo, di far attecchire in Italia la cultura «per la vita» ed investì parte del suo impegno nel contrapporsi dopo tanti anni (dal 1981) contro la velleità che andava a favore di una idea individualistica, e forse pure esasperata, dell’aborto.

La cultura dell’interruzione della gravidanza

Ciò accadeva nell’intento di dare un peso del tutto relativo alle visioni politiche del mondo che si contrapponevano in questo contesto, ovverosia che non poteva essere la cultura dell’interruzione della gravidanza, vista come un assoluto valore, ma diveniva tema di dibattito pubblico e dava la stura a tutta una serie di valutazioni sugli effetti che aveva prodotto questo istituto giuridico non del tutto assimilato per una certa ed evidente immatura superficialità.

Ma quella di Ferrara fu e rimase, negli annali, poco più che una strumentalizzazione del voto cattolico, con il pieno consenso della gerarchia della Chiesa, al fine di agevolare un dibattito pubblico sugli effetti nefasti di una perdita di sentimenti nei riguardi del nascituro. Con Ferrara si ri-diede respiro al confronto culturale come momento utile a costruire consapevolezza diffusa circa la necessità che una comunità re-interpretasse le ragioni dello stare assieme anche nel determinare momenti di condivisione solidale a favore di chi sceglie, sofferentemente, di abortire contrariamente a chi, invece, prova a coltivare il senso della vita agevolando la crescita della progenie.

Il dibattito nell’alveo sociale italiano

Riportando le parole di Giuliano Ferrara si prova a capire che il dibattito, come viene portato nell’alveo sociale italiano, è sbagliato. Difatti Ferrara, il 4 maggio scorso, chiarisce il senso e le proporzioni delle cose dette, prima di essere pensate, esprimendo che «Tra le stupidaggini da evitare nel giudizio sul promemoria di Samuel Alito a proposito della sentenza Roe vs Wade del 1973 sulla libertà di scelta della donna in materia di aborto, in nome della privacy, c’è una visione distorta della Corte suprema americana. Ci sarebbe una maggioranza trumpiana di nominati che ora rovescia una conquista progressista di cinquanta anni fa in materia di diritti. Non c’è una maggioranza trumpiana, come dimostra l’indisponibilità della Corte a sostenere gli sforzi immani del partito trumpista … »

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«La Corte suprema, della quale si è scritto e si scrive in abbondanza in sede storica e giuridica e di costume politico, è un organismo assai serio, solido, complesso, forte di una tradizione di sistema che è tra i fondamenti della democrazia liberale negli Stati Uniti. I nemici del sistema americano naturalmente criticano e duramente il suo ruolo, la sua cultura, la sua o le sue dottrine in competizione quanto al rapporto da stabilire con la Costituzione scritta più antica del mondo e con la dichiarazione di indipendenza, a partire dal famoso “originalismo” ovvero l’aderenza assoluta agli intenti con cui gli articoli della Carta furono scritti. Ma esiste, al di fuori delle o alla Gore Vidal e altre, un consenso trasversale ampio di riconoscimento, nel dissenso e nell’opposizione dei punti di vista, della centralità e autonomia istituzionale della Corte, nella sua imparzialità. Lo testimonia tra l’altro la bella storia di conflitti e di amicizia personale fra Ruth Bader Ginsburg e Antonin Scalia, compianti esponenti di rilievo di quel consesso, l’una progressista e l’altro conservatore».

La concezione libertaria

Ma sulla questione aborto si rinviene di più quando si leggano le parole, sempre di Ferrara, laddove spinge a comprendere che «Con gli esiti possibili del documento Alito si tornerebbe a favorire una legislazione ad hoc, invece che l’affermazione generale di un diritto. Il che è pienamente legittimo e, a mio parere, del tutto giusto. Anche nel fronte legislativo e normativo europeo e occidentale in questo mezzo secolo è avvenuta una trasformazione deleteria: dalle leggi che regolano e tutelano la maternità, con tutti i se e i ma e le condizioni di rito, si è passati a una concezione libertaria del diritto all’aborto che grida scandalo e scavalca del tutto il problema del concepito».

«Con la Ru486 o pillola abortiva, poi, la privacy è diventata solitudine nella scelta della donna, e completo isolamento dalla connessione sociale del problema della vita. Di più, si è affermata una sorta di pianificazione abortiva (Planned Parenthood) come soluzione delle questioni della natalità auspicata e incrementata dalle applicazioni inaudite dell’ingegneria genetica. Altro che aborto raro e sicuro. Bisogna battersi perché non si torni alla penalizzazione criminale della donna che rifiuta un figlio concepito, ma in un ambito legislativo che tenda alla tutela del nascituro fino alla misura del possibile, con politiche pubbliche antiaborto di cui tutti ormai dovrebbero conoscere e riconoscere l’importanza. Non è un ritorno all’aborto clandestino o alla penalizzazione di donne e medici ciò di cui si parla, ma una riconsiderazione del “diritto assoluto all’aborto” può essere il frutto, più che di un inesistente colpo di mano dei conservatori o addirittura dei trumpiani, di una evoluzione comprensibile del diritto, che nascerebbe proprio là dove tutto era cominciato».

Un dibattito pubblico che dà conto e rende giustizia

Ovverosia quale risultato di un dibattito pubblico che dà conto e rende giustizia ad un impianto giuridico che tutela la consapevolezza e ponga «limiti» a distorsioni e «fine» a derive assolutistiche. Il diritto è strumento di chiarezza che deve dare conto alla necessità mutevole di una sintesi tra coscienza individuale e ragioni pubbliche, tra legge morale e legge positiva. E così accade ove gli effetti di una norma conducono a rivedere la norma stessa, seppur parzialmente, per approdare ad una nuova sensibilità e ad un maggiore senso di responsabilità. A questo serve il diritto a dare risposte alle tante domande che ci pone, giorno dopo giorno, la vita.

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