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Il centrodestra piuttosto che vincere di squadra, preferisce perdere da singolo. E la sinistra gode

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Regalate alla sinistra Verona e Catanzaro città da sempre «capitali» del centrodestra

«Uniti si vince». Il centrodestra (Carneade chi era costui?) ci crede tanto che si divide e non solo non sfonda, ma addirittura regala la vittoria al centrosinistra che dei tredici ballottaggi delle città più significative, porta a casa sette sindaci (Verona, Parma, Piacenza, Alessandria, Catanzaro, Monza, Cuneo); ne conquista soltanto quattro (Lucca, Frosinone, Barletta, Gorizia), mentre due vanno alle liste civiche (Como e Viterbo).

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Di più, offre agli avversari l’ennesima occasione per festeggiare di una vittoria che è stata soltanto il frutto dell’arroganza e dell’egoismo di qualche candidato come (tanto per non fare nomi) Sboarina che, piuttosto che vincere di squadra, ha preferito perdere da singolo, consegnando al centrosinistra Verona. Città culla della Lega.

Un risultato che – se ancora ce ne fosse stato bisogno – è la dimostrazione che nella realtà il centrodestra non c’è. Si è autodistrutto dividendosi per la voglia di poltrone di qualcuno fra maggioranza «vuoto a perdere» e un’opposizione che fa crescere i consensi, ma a rischio di non portare da nessuna parte. Intanto l’affluenza è nuovamente crollato, ha votato, infatti, solo il 42,16% degli aventi diritto.

Ma al di là di chi ha vinto (centrosinistra) per merito altrui e chi ha perso (centrodestra) per demerito proprio, c’è da sperare che i neo eletti siano consapevoli che il Paese si trova a dover fare i conti con una realtà molto complessa, che rischia di complicarsi ulteriormente se, come chi li ha preceduti, fingeranno di non vedere ciò che gli avviene attorno e senza rendersi conto del perché, si limitassero anch’essi a calciare la palla in tribuna, per far passare il tempo, in attesa del triplice fischio di chiusura consiliatura.

Le responsabilità nostre e delle istituzioni

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E’ indubitabile che: mancanza di gas, esplosione dei costi di petrolio, benzina, prodotti energetici, alimentari, agroalimentari e inflazione a livello di non ritorno, siano conseguenza dell’aggressione di Putin all’Ucraina. Ma, è giusto riconoscere, che sono da addebitare anche a responsabilità nostre e delle istituzioni – centrali e periferiche – per quello che, negli anni scorsi, si sarebbe dovuto e potuto fare e non si è fatto. E anche di una classe politica che anziché veicolare il Paese, si è lasciata guidare dai «noisti» in servizio permanente effettivo, Gretine e sardine varie sulle questioni più controverse: dalle fonti energetiche all’ambiente.

Da qui, i continui «no» a: nucleare – mentre c’era chi (Francia) realizzava impianti ai nostri confini; trivellazioni – mentre c’era chi (Croazia) continuava a trivellare portando via il gas dai nostri giacimenti nell’Adriatico – , gasdotti, metanodotti, rigassificatori; inceneritori e termovalorizzatori, per lo smaltimento dei rifiuti.

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Il che, indirettamete, ci ha esposti ai ricatti di Putin sui fronti energetico e agroalimentare. Senza per altro, dimenticare la speculazione che ha saputo far tesoro delle nostre manchevolezze. Il salto in alto dei prezzi, è cominciato prima che Putin, invadesse Kiev con le proprie truppe, ma anche in conseguenza dell’accelerazione del processo di transizione ecologica imposto dall’Ue (per i cui «scienziati», evidentemente, l’agricoltura è nemica dell’ambiente) e i continui rinvii della decisione del tetto unico al prezzo del gas. Forse se ne riparlerà a ottobre.

La penuria d’acqua

Stesso discorso per il prosciugamento di fiumi e invasi che, da un lato, sta producendo enormi difficoltà ad agricoltura e coltivazione e, dall’altro, la penuria d’acqua ai rubinetti casalinghi. Scarsità, che è si, responsabilità delle variazioni climatiche, ma anche delle istituzioni che hanno finto di non vedere le notevoli (42%) dispersioni d’acqua durante il percorso dalle fonti ai rubinetti, causa gli acciacchi delle reti idriche il 60% delle quali ha l’età di Matusalemme e i malanni della vecchiaia. E, inutile aggiungerlo, la situazione peggiore, sotto il profilo infrastrutturale, è quella del Mezzogiorno con il 48,75% di dispersione.

Purtroppo, qui reti idriche e fognarie, sono in gran parte eredità del Regno delle sue Sicilie. Per cui, prossime ai 2 secoli di vita e poco manutenute. Immaginate quanto c’è costato tutto questo spreco e quanto ci costerà ancora. Di rifarle neanche se ne parla. Il Pnrr, destina all’acqua 900 milioni di euro. Ma non si sa come e per cosa.

Sicchè, il bubbone è scoppiato dopo l’aggressione all’Ucraina, ma covava sotto la cenere da un bel po’. Tutti ne erano consapevoli, ma hanno preferito infilare la testa sotto la sabbia, peggiorando la situazione. E ora ci ritroviamo in un vicolo cieco dal quale non sarà facile, né a buon mercato, venire fuori. Occorre, quindi, soprattutto invertire la rotta, in tempi rapidi. Basta con la sindrome «nimby», (non nel mio giardino), coi «no» per pregiudizio e i «si» per partito preso. Si scelga ragionando su costi e benefici, tenendo conto di sicurezza e potenziali rischi, ma senza ideologie. E, soprattutto, si facccia presto! Su questo si parrà la nobilitade dei neo eletti.

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