La figura di Petro Porošenko, quinto presidente ucraino

Una delle riforme cardine del suo governo: la capacità di riformare e riorganizzare l’esercito e la polizia

La figura di Petrò (Pietro) Porošenko è passata quasi sotto silenzio da quando l’Ucraina, causa guerra in corso, è divenuta oggetto di dibattito quotidiano e da quando tutti sembrano essersi improvvisamente trasformati in impeccabili esperti di questo Paese.

Petro Porošenko, politico e imprenditore di lungo corso, è stato il quinto presidente dell’Ucraina, colui il quale ha traghettato il Paese dal governo ad interim del post Majdan e dell’annessione della Crimea (2014) alle elezioni presidenziali del 2019 vinte, come è noto, dal presidente in carica Volodymyr Zelens’kyj.

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Porošenko, oltre ad essere già conosciuto in Patria e in altri paesi dell’ex blocco sovietico come il magnate del cioccolato (1), si è imposto sulla scena politica per la sua personalità imponente, politicamente e culturalmente solida. Laureatosi in «relazioni internazionali e diritto internazionale» presso l’università di Kyiv Taras Ševčenko e addottoratosi in scienze giuridiche all’Accademia di Discipline Giuridiche di Odessa, dal 2019 guida il partito «Solidarietà Europea» (Ukr. Jevropejs’ka Solidarnist’), antecedentemente noto come «Blocco di Pietro Porošenko» (Blok Petrà Porošenka»).

Nel 2014 partecipò attivamente ai moti di Majdan, parimenti noti come «Rivoluzione della Dignità», che portarono al capovolgimento del governo in carica e la conseguente fuga del suo predecessore Viktor Janukovyč.

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Innegabilmente, durante il suo quinquennio (giugno 2014 – giugno 2019) nella somma carica presidenziale che comporta anche il titolo e la responsabilità di comandante in capo delle forze armate ucraine, come tutti i suoi predecessori, avrà commesso degli errori e leggerezze politiche che saranno tralasciate qui di seguito.

Tuttavia questo presidente, decisamente più tradizionalista nel modus operandi e in quello di interloquire con il pubblico, soprattutto se confrontato con Volodymyr Zelens’kyj, ha avuto una serie di meriti grazie ai quali l’Ucraina è riuscita a sedimentare ulteriormente il processo di unificazione e pacificazione linguistico-culturale ed etnico-nazionale avviatosi nei primi anni ’90 del XX secolo a seguito dell’Indipendenza dall’Unione Sovietica.

La politica interna di Porošenko è stata connotata da una serie di riforme innovatrici, non sempre finalizzate e ben riuscite, eppure fondamentali per il nuovo percorso di ulteriore distanziamento dai valori e retaggi sovietici (e del mondo russocentrico). Tra queste ricordiamo: la cosiddetta «ljustracija» (dal latino lustratio), ovverosia la rimozione radicale dai diversi incarichi istituzionali di tutta una serie di personalità corrotte dell’apparato pubblico (tra cui l’università) che, a vario titolo, avrebbero rappresentato una diramazione dell’inefficienza e incompetenza dei precedenti governi. Purtroppo questa riforma non è stata portata a termine nel modo sperato.

Ciononostante, al pari di altre riforme concomitanti, esse hanno dato un energico segnale simbolico di rinascita e ammodernamento dello stato. Tra l’autunno del 2014 e la primavera del 2015 furono varati diversi provvedimenti contro la corruzione e il dilagare degli oligarchi («de-oligarchizzazione»): una delle peggiori forme di governo anche secondo i filosofi dell’antichità. Durante il suo mandato fu iniziato un processo di decentralizzazione e trasformazione amministrativo-territoriale parzialmente completato nel 2020. Eppure una delle riforme cardine di quel governo è stata la capacità di riformare e riorganizzare, in un periodo relativamente breve, l’esercito e la polizia.

Il primo versava in una situazione di decadimento laddove la seconda di poco si discostava dal lascito sovietico con un approccio non sempre rispettoso nei confronti del cittadino medio e, a seconda dei governi in carica, era contrassegnata da episodi di corruzione più o meno palese. Per un presidente che si è trovato a fronteggiare una situazione inaspettata che va dall’annessione della Crimea alla guerra localizzata nella zona del Donbass, la riorganizzazione dell’esercito, anche a detta di alcuni ex consiglieri del Cremlino, rappresentava un tassello fondamentale per preparare il paese a difendere i propri confini. Di questo zoccolo duro si è avvalso, con le dovute modifiche e l’eroismo di molti ucraini, anche l’attuale presidente.

Un altro aspetto che riguarda sia la politica interna che quella estera è stato quello di aver affrancato una parte della chiesa ortodossa ucraina dal Patriarcato di Mosca e averla riportata in seno a quello di Costantinopoli, così come fu agli inizi della Rus’ (fine del primo millennio – prima metà del II millennio della nostra era). Indubbiamente l’ottenimento dell’autocefalia e la consegna formale da parte del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo del decreto ecclesiastico «Tomos» (greco Τόμος, 6 gennaio 2019) che ne sancisce l’autogoverno al presidente ucraino e al rappresentante della chiesa di Kyiv Epifanij implica una serie di riflessioni e sfaccettature.

Infatti l’interpretazione di siffatta scelta non è unanime nel mondo cristiano ortodosso. Non a caso l’autocefalia della chiesa ucraina ha determinato una spaccatura definitiva con il patriarcato di Mosca. D’altra parte, però, per l’Ucraina, suddetto documento rappresenta un ulteriore passaggio verso una propria autodeterminazione religiosa, politica, linguistica e culturale. Proprio la questione linguistica e la creazione di un unico spazio culturale di impronta ucraina e ucrainofona, pur nel dovuto rispetto delle minoranze linguistiche, hanno segnato l’ultima parte del mandato di Porošenko.

Infine, in politica estera, questo presidente è riuscito ad ottenere l’abolizione del visto di ingresso per i cittadini ucraini (fino a 3 mesi di permanenza continuativa) verso l’Unione Europea e ha rafforzato la cooperazione sia con l’EU che con la NATO. Entrambi questi aspetti meritano ulteriori riflessioni.

Salvatore Del Gaudio
Professore presso l’Università di Kyiv B. Grinchenko
Studioso ucrainista (slavista)

 

(1) Non tutti i lettori sono a conoscenza del fatto che una delle più rinomate fabbriche ucraine di cioccolato (anche canditi e coloniali) “Roshen” sono di proprietà dell’ex presidente della Repubblica Ucraina e della sua famiglia. Per esperienza personale e senza fini pubblicitari devo ammettere che le multiformi produzioni di cioccolato qualitativamente concorrono con alcune rinomate marche europee.

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