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Il Conte pacifista che fa guerra alla sua maggioranza

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Il M5S è pronto a votare no ma non sarà crisi per il governo

Guerra e pace. Un Giuseppe Conte, peraltro fresco di investitura web a presidente del M5S, in versione Tolstoj: mentre si professa apostolo della pace dichiara guerra al governo presieduto da Mario Draghi ed alla sua stessa maggioranza. Infatti, la riunione di ieri sera, quella che tanto per intenderci avrebbe dovuto trovare una quadra sull’aumento delle spese da destinare alla Difesa, è stato un buco nell’acqua. Rimangono i distinguo e su questo punto le probabilità che a Palazzo Madama giovedì la maggioranza si spacchi sono molto alte.

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Per carità non sarà crisi di governo, visto che sul decreto Ucraina al Senato i numeri non mancheranno, ma sull’ordine del giorno presentato da Fratelli d’Italia, e che il governo quasi sicuramente farà proprio, la maggioranza si dividerà. Da un lato contro M5S e Leu e dall’altro quello che resta della maggioranza insieme al partito di Giorgia Meloni. Una divisione che come detto non metterà in crisi la compagine di Mario Draghi, ma che senza dubbio non darà una bella immagine all’estero di sé.

Non bisogna dimenticare che l’aumento delle risorse al Sistema Difesa, dall’attuale 1,5 per cento al 2 per cento del Pil, è stato esplicitamente richiesto dalla Nato, sancito in accordi scritti e dal 2014 ribadito da tutti i governi che si sono succeduti.

Il pretesto della pandemia

Fino ai due Esecutivi presieduti da Giuseppe Conte, il quale però in quest’occasione ha deciso di prendere a pretesto la pandemia e la crisi economica per marcare la distanza: «Non mettiamo in discussione gli impegni ma non si può pensare in tempi così stretti di accelerare una corsa al riarmo e alle spese militari forsennate, sarebbe una follia»; e proprio sugli impegni presi continua: «Sono stati presi nel 2014, non sono stati onorati e non possono essere onorati dopo due anni di pandemia e in un momento di emergenza energetica. Farlo con una tempistica così stretta sarebbe una presa in giro per gli italiani».

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Insomma, nessun passo indietro. Anzi per Conte «sarà il governo a fare un passo avanti in questa direzione, a perseguire con noi la strada della ragionevolezza». Posizione che poi il M5S ha ribadito nella riunione serale di maggioranza: «Se la maggioranza voterà in maniera difforme non sarà certo la prima volta e ciascuno si prenderà la responsabilità delle sue scelte. Ai rappresentanti del Governo presenti in riunione abbiamo chiarito che questa è la posizione del M5S e abbiamo chiesto loro tenerne conto nella stesura del Def».

E ancora: «Per noi non è questa la priorità del Paese nell’attuale momento di crisi. Anche perché prima di stanziare fondi aggiuntivi per la difesa dobbiamo razionalizzare le spese nazionali che sono sbilanciate sul personale e troppo basse per l’addestramento e procedere spediti sulla strada di una difesa comune europea. Se la maggioranza voterà in maniera difforme non sarà certo la prima volta e ciascuno si prenderà la responsabilità delle sue scelte».

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Le intenzioni del governo

Come detto difficilmente il governo cadrà, anche perché in Aula il governo è intenzionato a mettere la fiducia sul decreto proprio per evitare scherzi. Ciò non toglie che non sarà un bello spettacolo vedere su una questione così importante anche sul piano delle credibilità nazionale la maggioranza spaccarsi. Lo ha evidenziato ieri proprio il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Luca Ciriani, per il quale «chi oggi si oppone a queste spese non si rende conto che si tratta di impegni presi a livello internazionale. C’è in gioco anche la credibilità dell’Italia dinanzi ai Paesi stranieri».

Il leader in Senato di FdI coglie anche un altro punto della questione e che è poi sostanziale in tutta questa vicenda: «C’è un partito come il M5S, presieduto da un ex presidente del Consiglio, che cerca di raccogliere qualche voto parlando alla pancia degli italiani senza rendersi conto che hanno sottoscritto impegni a livello internazionale». E infatti grattando sotto la dura scorsa del pacifista si intravede la sagoma ben definita del politico che cerca oasi di consensi per un asfittico movimento.

Il futuro del Movimento

Al centro il futuro del M5S e il suo posizionamento con il tentativo di uscire dal cono d’ombra del governo, nel quale sarebbe finito se Conte avesse deciso di seguire la linea dettata da Draghi. Linea che peraltro era prevalsa alla Camera dove i Cinquestelle avevano votato a favore dell’odg sull’aumento delle spese militari.

Invece, qui al Senato l’ex premier ha deciso per cambiare linea a costo anche di apparire contraddittorio. Ma il futuro del Movimento vale ben più della coerenza e del rispetto degli accordi internazionali, avrà riflettuto lo stesso Conte. E da qui la linea del no su cui però più di qualcuno avrebbe storto il naso, a cominciare dal ministro Di Maio.

Comunque sia la strada sembra essere tracciata. Oggi in Commissione al Senato il primo round e poi entro giovedì quello finale in Aula. Il governo non è a rischio, continuano a ripetere dalla maggioranza, ma non si può dire della sua reputazione. E per giunta in un momento in cui all’Occidente e in particolare alla Nato si richiede di mostrare unità e compattezza.

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