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La nuova stagione di Draghi: ora punta al Colle e fa propaganda quirinalizia

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Ma un tecnocrate che ha attraversato tutte le esperienze del potere potrà mai mettersi a disposizione della nazione italiana?

L’ambizione cosa fa fare?! Tutto si poteva immaginare tranne che un tecnocrate di valente duttilità, passato da Federico Caffè, dal keynesismo, fino ad arrivare alla BCE che vola nell’orbita delle speculazione senza riuscire a ripartire potesse aspirare a ruoli politici.

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Oggi il prodotto manifatturiero viene dalla Cina, mentre le materie prime vengono dal quarto mondo così il tutto ruota attorno alle agende scritte e ben interpretate dagli speculatori avidi di coprire ogni spazio esistente nel mercato mondiale per saturare ogni tipo dì rendita.

Ma l’oscillazione delle economie statali non stanno al passo del saturimetro che valuta le economie malate e che veglia sul respiro sottoposto al controllo necessario di chi vuole riportare la politica alla guida di un sistema al passo di una economia che non da più prospettive di vivibilità. Così tutto si poteva immaginare in questa stagione senza più giorni sereni che Draghi potesse rimanere impelagato in una campagna elettorale per il Quirinale.

La sua ambizione, guidata da relazioni misteriose di un mondo finanziario tutto da decrittare, lo rende oggetto di analisi econometriche che si traducono in entità politologiche non del tutto evidenti. In un articolo de “La Stampa” di Guido Maria Brera, finanziere e autore di Diavoli, romanzone e serie Tv assetata di potere , si tenta di tirare la volata a Mario Draghi, affinché, nel suo nome, la politica divenga autorevole sino ad assurgere allo scranno della Presidenza della Repubblica.

Il retaggio di cinismo e spietatezza

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L’autore capziosamente tende o quanto meno prova a persuaderci che con Draghi la politica possa tornare ad essere forte, autorevole ed incisiva nel dare una direzione di marcia di una democrazia, che, è fin troppo fragile col desiderio di coltivare l’intenzione di affrancarsi. Allora la domanda sorge spontanea ovverosia un tecnocrate che ha attraversato tutte le esperienze del potere potrà mai mettersi a disposizione della nazione italiana senza quel retaggio di cinismo e spietatezza?

Ovvero uno che ha trattato rapporti di numeri e convenienze, che ha sempre fatto i conti e misurato utilità per fin troppi anni, maneggiando imposture nel segno di affari (acquisti e vendite) all’insegna di interessi globali potrà mai difendere gli interessi nazionali? O ancora questo eurocrate di sensibilità americaneggiante potrà mai dare esempio e prova di un’Italia capace di riuscire a trovare la via risolutiva di un destino che la vede incuneata in un vicolo cieco?

Si può credere in un Mario Draghi che, nelle sue esperienze professionali al Ministero del Tesoro, alla Banca d’Italia o alla BCE, ha del tutto cancellato gli insegnamenti di Federico Caffè? Brera alla fine da speranza a quanti coltivano l’idea di cambiare rotta, solletica l’ardita e compassionevole tesi di trovare soluzioni e prospettive da chi ha determinato e costruito le condizioni di crisi.

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Così l’autore di “Diavoli” inanella una serie di uscite di Draghi, a cominciare da una lettera all’Europa, sottoscritta con Macron, per rivedere il pareggio di bilancio nella stesura dei documenti contabili nazionali, affinché si capisca che bisogna tornare alla necessità di allargare la spesa pubblica, sino ad arrivare allo tecnica dello sforamento di bilancio e ad un’economia che regga a dinamiche inflazionistiche.

Riscoprire l’economia di Stato

Draghi vuol far credere che bisogna adesso tornare a Keynes e Caffè, alla riscoperta dei vincoli di solidarietà, al ritorno, in una recessione economica, ad un incremento della spesa pubblica in grado di riequilibrare il reddito nazionale. E di conseguenza la domanda di beni di consumi che deve essere assorbita sul mercato… Se ciò non accade, il risparmio esce dal circuito della produzione impedendo la crescita delle attività economiche. Ebbene, al di là di trovate econometriche, Draghi mira a persuadere quanti vogliono riscoprire l’economia di Stato.

Ossia è in piena campagna elettorale, utilizza mezzi propagandistici per fare pressione sui grandi elettori e condizionarli e persuaderli con suggestioni e prestidigitazioni pur dì giungere al traguardo quirinalizio: ovvero che si torni ad uno Stato/Pantalone ovvero ad un’Europa più spendacciona. Anche molti economisti su questo tema lo hanno rimproverato. Ebbene da tutto ciò deriva un gioco misterioso, molto articolato e poco trasparente. Di qui si deduce che quanti subiscano il fascino del potere permanente, come il PD, vogliano immaginare di lanciarlo prima di altri, come ha fatto Enrico Letta, nella volata finale.

Di tutto questo gioco della democrazia non vi è traccia. Così il sistema girando male si avvita su visioni oligarchiche che trovano in Draghi il massimo interprete di una tecnocrazia in salsa ipocrita, quella che non dice mai la verità a tutto danno di quanti hanno sperato (come i 5stelle autentici e onesti) nel rivedere nelle istituzioni onestà e passione, libertà e soluzioni, politica e partecipazione.

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