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Serve un vaccino contro il politicamente corretto prima che sia troppo tardi

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Il principale focolaio d’infezione si concentra nelle brumose lande di Bruxelles, capitale virale della mitica Unione Europea

Circola per il mondo, ma soprattutto in Europa, un virus particolarmente pericoloso a carattere pandemico, ma sottovalutato e in apparenza poco offensivo. È asintomatico, non colpisce le vie respiratorie ma toglie respiro al cervello, non provoca febbre ma deliri buonisti e gender-fluid, e solo col tempo, lentamente e progressivamente, vengono a galla gli effetti avversi, talvolta molto simili a quelli riscontrati nella pandemia da covid: dabbenaggine, conformismo esasperato, autolesionismo involontario, cretinismo saccente, assuefazione fideistica, soggezione verso presunte autorità sanitarie e politiche ritenute infallibili e dedite al bene comune.

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Il virus non si trasmette attraverso il contatto umano e gli assembramenti, quindi non c’è necessità di portare mascherine protettive, ma preferisce diffondersi e contagiare attraverso i mezzi d’informazione, a loro volta portatori (in)sani del virus.

Come per il covid, però, la solitudine casalinga ne favorisce lo sviluppo grazie alla tempesta virale quotidiana subita attraverso gli schermi televisivi grondanti di dibattiti, notiziari e servizi speciali affidati a personaggi famosi, presuntuosi e contagiati.

In Italia il virus circola liberamente da molto tempo e più recentemente si è manifestato sotto forma di asterisco o di schwa. Si tratta di segni grafici da porre a fine parola per nasconderne il genere grammaticale, considerato discriminante per chi pensa di essere «fluido» e privo di una sessualità in linea con il proprio organo riproduttivo, per sua natura esclusivo e legato all’avarizia della natura che si è limitata a crearne solo due: uno per i maschi e l’altro per le femmine. La grammatica deve prenderne atto e regolarsi di conseguenza in attesa che tutti i termini diventino neutri.

Le costumanze grammaticali obsolete

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Proprio le parole neutre sono state ufficialmente proposte in Scozia dall’associazione Stonewall, che raggruppa gay, lesbiche, bisessuali, transgender e varia umanità «inclusiva», la cui sensibilità potrebbe essere turbata da costumanze grammaticali obsolete e non in linea con i tempi nuovi. Persino la parola «madre» dovrebbe sparire dai documenti ufficiali del governo per essere sostituita da un equivalente termine neutro.

Il principale focolaio d’infezione, che da quelle parti si chiama cluster, si concentra nelle brumose lande di Bruxelles, capitale virale della mitica Unione Europea, dispensatrice di sogni e di virus.

Le benemerite (si fa per dire) multinazionali del farmaco non hanno ancora trovato un vaccino che immunizzi le popolazioni interessate, ma neppure lo cercano dal momento che l’intontimento da virus facilita la diffusione e la vendita di altri vaccini e prodotti sanitari spacciati per miracolosi.

L’ultima e più contagiosa fiammata infettiva è stata riscontrata nella recente prodezza della Commissione Europea che, in un documento interno che porta il titolo di Union of equality, si pone l’obiettivo di «offrire una comunicazione inclusiva, garantendo così che tutti siano apprezzati e riconosciuti in tutto il nostro materiale indipendentemente dal sesso, razza o origine etnica, religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale».

Sembrano parole di buon senso, ma è notorio come i matti, che un tempo venivano reclusi in manicomio, talvolta siano abili a mascherare la propria follia attraverso ragionamenti apparentemente logici.

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Se si procede nell’esame della “comunicazione inclusiva” ci si accorge da subito che c’è un modo di procedere che mortifica le legittime differenze di sesso, razza, religione ecc., mettendo al bando culture e tradizioni diverse in nome di un livellamento generale scambiato per uguaglianza.

Assurde e paradossali forme di esclusione

Si arriva al punto da dare indicazioni ridicole sull’uso della lingua per allinearsi alle pretese del mondo gay, lgbt e dell’ideologia gender, sfociando in assurde e paradossali forme di esclusione. Il primo ad essere escluso è il buon senso.

Si propone a mo’ d’esempio, di cambiare l’espressione: «il fuoco è la più grande invenzione dell’uomo», dal sapore maschilista, con: «il fuoco è la più grande invenzione dell’umanità», evidentemente più compatibile con il politicamente corretto.

Nomi come Maria e Giovanni, particolarmente usati nella tradizione europea, andrebbero sostituiti con altri non riconducibili al credo cristiano. Va da sé che non ci si azzarda di proporre la soppressione di nomi islamici, come Mustafa e Said, sarebbe discriminante e persino pericoloso.

Il Natale è ancora una volta messo sotto accusa e «il periodo natalizio» andrebbe meglio chiamato «il periodo delle vacanze». La scelta deriverebbe dal fatto che «non tutti celebrano le vacanze natalizie», e questa è cosa del tutto ovvia. Nel prosieguo si aggiunge che «bisogna essere sensibili al fatto che le persone abbiano differenti tradizioni religiose». Anche questo è ovvio, ma non si può pensare di mortificare la libertà di ciascuno di celebrare le proprie festività per “rispettare” chi legittimamente rimane libero di celebrare le proprie.

La “comunicazione inclusiva” fa cilecca ancora una volta

Se poi pensate di poter utilizzare l’espressione «colonizzare Marte» siete fuori strada, abietti colonialisti, bisognerà più correttamente dire «inviare umani su Marte». Non stupisce che i marziani stiano ridendo.

Di stupidaggine in stupidaggine, l’Europa disegnata dalla UE procede verso il baratro, allegramente, ubriaca di falso altruismo e di finto buonismo, dimentica della propria cultura, delle proprie tradizioni e delle proprie radici.

Il fatto che il documento della UE, che avrebbe dovuto avere un carattere interno e riservato agli operatori della comunicazione, sia stato ritirato appena svelato e reso pubblico, getta comunque una luce sinistra sui reali intendimenti dei burocrati d’oltralpe, che prima o poi ci riproveranno. Serve un vaccino contro il politicamente corretto, prima che sia troppo tardi.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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