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Amministrative. Oltre le clientele c’è vita, ma bisogna rianimare la politica

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Bisogna restituire dignità alla politica, riconoscendo il diritto all’autodeterminazione delle comunità locali

Le elezioni amministrative non sono state un successo per il centrodestra visto che i sindaci di grandi città come Milano, Napoli e Bologna sono andati al centrosinistra già nel primo turno, mentre rimane la flebile speranza di conquistare Roma, Torino, Trieste e altre città nei ballottaggi.

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La speranza è ultima a morire, ma sicuramente non è immortale e, alla resa dei conti, potrebbe scattare la delusione: purtroppo, i numeri del primo turno non promettono nulla di buono.

Tuttavia il centrodestra può dire di non avere perso i sindaci che prima non aveva e di avere conquistato dei comuni che prima non amministrava. Consolazione piuttosto magra. Salvini dice che i sessantanove sindaci in più della Lega lo ripagano delle delusioni subite nelle grandi città. Contento lui…

L’unica a sorridere per l’indubbia avanzata del suo partito, Fratelli d’Italia, è Giorgia Meloni, che tuttavia non può gioire più di tanto dal momento che il suo successo non può compensare il cedimento leghista e quello di Forza Italia.

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L’esultanza del centrosinistra sta tutta nello scampato pericolo, che gli consente di riprendere fiato dissimulando la crisi cronica da cui stenta ad uscire e che lo vede sempre minoritario, in vista delle prossime elezioni politiche, rispetto al centrodestra, nonostante l’acquisizione del Movimento Cinque Stelle ormai ridotto al lumicino e divenuto una protesi del Pd.

Indubbiamente il test delle elezioni amministrative riguarda solo un quinto degli elettori italiani, ma è significativo l’avanzare dell’astensionismo che nelle grandi città ha toccato punte che hanno abbondantemente superato il 50%.

Il teatrino della politica, dove tutto cambia per non cambiare, o per cambiare in peggio, non crea entusiasmo e non mobilita gli elettori delusi, disaffezionati, che subiscono sulla propria pelle le decisioni calate dall’alto da parte di un potere sempre più lontano, estraneo e incontrollabile.

Questo è anche il risultato dell’ostinazione dei grandi partiti nazionali nel voler considerare le elezioni amministrative come un campo di battaglia dove esercitarsi in vista dello scontro finale, come se i cinghiali e le voragini stradali di Roma o di altre città fossero problemi da trattare alla stessa stregua della riforma del fisco e della giustizia.

A pochi viene in mente che sarebbe meglio adottare il principio di autodeterminazione e lasciare alle dinamiche locali la soluzione dei problemi locali, senza interferenze improprie da parte di leader politici alla ricerca di “serbatoi” elettorali, di “grandi elettori”, di padrini delle preferenze, bisognosi, a loro volta, di accreditarsi come referenti dei grandi partiti nazionali per poter dire di avere i propri santi in paradiso e scongiurare così il rischio di divenire irrilevanti.

Le vergognose transumanze da uno schieramento all’altro nascono anche da questi meschini calcoli con cui la politica vera non dovrebbe avere nulla a che fare.

Un qualche rimedio potrebbe venire da una riforma elettorale che, a somiglianza dei comuni con meno di quindicimila abitanti, preveda che ogni candidato sindaco presenti una sola lista di candidati consiglieri. Si eviterebbero così le ammucchiate di liste collegate attraverso le quali le coalizioni si esibiscono in una prova muscolare per indurre gli elettori a scegliere in base al numero delle truppe messe in campo sorvolando sul loro valore.
Migliaia di candidati, per pochi seggi nei consigli comunali, offrono lo spettacolo desolante di un mercato delle preferenze che ha poco a che vedere con i reali problemi delle città e molto invece con la mobilitazione di amici e parenti, di centri d’affari e gruppi clientelari, con il solo obiettivo di accaparrarsi quote di potere.

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La disaffezione al voto già al primo turno sottolinea come l’elettorato “periferico” non veda rappresentati i propri interessi e non trovi neppure ragioni ideali per sentirsi coinvolto in uno scontro nel quale è difficile notare differenze sostanziali tra uno schieramento e l’altro, tra il personale politico di questo o di quell’altro partito. Con questi chiari di luna, per il secondo turno è facile prevedere che esso si trasformi in una cerimonia per pochi intimi.

Coalizioni sotto un unico simbolo eviterebbero anche conflitti interni alle coalizioni ed una spietata concorrenza finalizzata a ritagliare per il proprio partito, o per la propria lista civica, delle quote azionarie in vista dell’attribuzione degli incarichi in caso di vittoria.

La politica, invece, ha soprattutto bisogno di idee, anziché di capi bastone, di una classe politica capace di tracciare un disegno coerente di proposte ed animata da motivazioni profonde da tradurre in uno stile di vita e di pensiero, in una tenuta morale ancor prima che politica.

La semplice amministrazione “manageriale” della cosa pubblica non entusiasma, non smuove le coscienze e non dà speranze né per il presente né per il futuro, soprattutto a coloro che si sentono trascurati e dimenticati.

Le analisi postume dei commentatori politici, basate solo sul dato di chi è andato a votare, si avvitano sui luoghi comuni che indicano il “centro”, come luogo della “moderazione” e dei candidati “civici”, decisivo per vincere le elezioni.

In realtà, il “centro moderato” e i candidati “civici” sono solo elucubrazioni mentali di chi si ostina a non guardare in faccia la realtà, che non è fatta solo da chi sta bene (una minoranza) o da chi ha interessi da difendere (altra minoranza) e va a votare mosso da ragioni poco nobili, ma è permeata anche da una diffusa opinione negativa, nei confronti dell’intera classe politica, che si traduce in una massa elettorale, divenuta maggioranza, alla quale bisogna restituire la voglia di esprimersi.

Non è pensabile che il diritto al voto lo si lasci esercitare solo dagli attivisti di partito, o peggio agli affaristi e alle loro congreghe clientelari rese elettoralmente più “pesanti” dalla massiva diserzione delle urne, dalle quali in questo modo non può che venire fuori un consenso elettorale che non coincide con quello reale.

Oltre le clientele c’è vita, ma bisogna rianimarla restituendo dignità alla politica e riconoscendo il diritto all’autodeterminazione delle comunità locali.

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