Quando si perdono le radici, l’uomo e la donna si uccidono…

«Non aver paura di legarti con una donna forte. Può arrivare il giorno in cui lei sarà il tuo unico esercito»

L’attuale miserabile e terribile condizione diffusa che vede tanti uomini offendere e/o uccidere la donna contiene in sé discendenze remote. Oggi la declinazione al femminile di una dimensione della realtà rende acuto ed incontrollato lo scontro. Oggi la fragilità dell’uomo è frutto dello svuotamento archetipico del maschile, che proviene da lontanissimo ed è una componente problematica del fare storia, anche delle idee.

Infatti a mio avviso questo avvicendarsi nella storia tra maschile e femminile non accade a caso … Il concetto di padre (uomo) è da tempo in crisi … e non si possono creare alibi riferendosi, puramente e semplicemente, al ‘68, individuandolo quale male radicale che ha travolto il senso delle proporzioni nel rispetto reciproco dei generi, perché in questa evenienza la sconfitta è di chi, pur pensando diversamente, rimane incapace di interpretare correttamente i tempi, dimostrandosi non aduso a persuadere.

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I valori della tradizione intesi come rispetto reciproco e non invece specchio di una china terribile

Ovviamente parlo a quanti immaginavano nel ’68 un nuovo ciclo foriero solo di positività. Ma era solo un’illusione di interpretazioni e valori mal digeriti. Così questa derivata conflittualità si è verificata perché i valori della tradizione laddove fossero stati correttamente intesi avrebbero dovuto avere traduzioni con esito diverso nel rispetto del rispetto reciproco e non invece specchio di una china terribile in cui si vive all’insegna del “mors tua, vita mea”.

Credo quindi che i propugnatori della tradizione (compresi coloro che rintracciano nelle radici culturali anche una visione maternalistica e matriarcale) non abbiano dimostrato di avere la forza e gli argomenti per fare una battaglia culturale all’altezza dei tempi e dei valori transeunti, rispetto ad una egemonia, quella costruita e trasmessa attraverso il ’68, che si è consolidata forse per ragioni non del tutto razionali e forse per quelle cicliche sequenze storiche che hanno poco a che vedere con la volontà degli uomini ed, invece, fondano le proprie traiettorie sul concetto di tempo (lineare, ciclico o a dimensione sferica) e sull’alternarsi mitopoietico del maschile e del femminile.

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Così l’attuale conflitto uomo/donna, pur scaturito anche da un certo maldigerito femminismo, è la deriva vuota di luoghi comuni che vogliono vedere nella contrapposizione tra maschile e femminile una guerra senza superstiti. Il superamento di questo stadio belluino sarebbe auspicio da coltivare ispirandosi ad una sapienza che dovrebbe orientare la storia verso la costruzione di un’aggiornata armonia tra i generi.

Certo la moltiplicazione dei generi e l’incontrollato moltiplicarsi delle definizioni non aiuta la storia. Così il mischiarsi di elementi di saggezza e di disordine diviene momento di difficile equilibrio, sì da ostacolare che masse informi possano assimilare traguardi facili di conquiste di civiltà.

Tuttavia in ciascuno di noi un lavoro interiore può seminare nell’intimo il bisogno e la necessità di coltivare una verità, che è sintesi e assumerebbe le vesti di traguardo millenario, in grado di andare oltre il tempo storico, così da divenire responsabile espressione di un corretto esercizio del senso di libertà e del principio di reciprocità. Solo così le ossessioni psichiatriche che danno luogo a tendenze di terribile violenza e le derive modaiole si possono spegnere a poco a poco.

Solo così le lotte non millantate e blaterate apparendo nella loro esiziale sterilità, perché mancano di autenticità, possono aspirare ad un diverso modo di pensare in cui l’uomo e la donna vivano il relazionarsi non come spinta ad un approdo malato, bensì come ricerca di una dimensione in cui riconoscersi reciprocamente rispettandosi per quello che siamo, senza storture e/o inspiegabili cattiverie.

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