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Amministrative, le colpe della politica: non più solida, ma liquida e gassosa

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Non sappiamo se ringraziare la pandemia per il rinvio delle elezioni amministrative in autunno, oppure condannarla.

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Nell’uno e nell’altro dei casi, se mai ce ne fosse bisogno, emerge la «liquida inconsistenza» di certa politica. Scadenza naturale primaverile o posticipo autunnale, la politica si è mostrata impreparata e inconsistente al doveroso compito di governo cui è chiamata ad assolvere. La politica come le lampade a liquido ad effetto, per intenderci, quelle tanto di moda cambia colore a bolle di magma.

Bolle fluttuanti che si compongono e scompongono a seconda delle convenienze. Questa sembra l’immagine più appropriata da appiccicarsi alle componenti politiche dell’attuale scenario nazionale, riflessa in cattivissime immagini locali.

Grandi o piccole città, aree metropolitane o governi regionali tutti accomunati da uguale sorte. I partiti di centrodestra e di centrosinistra, con qualche distinguo locale, sempre più ondivaghi, inconsistenti di forze proprie, scoprono e rimarcano la necessità di coinvolgere la «cosiddetta società civile» nel tentativo di presentarsi con un nuovo volto.

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Immagine-maschera, simulacri delle loro incapacità

Le considerazioni sui nuovi percorsi, metodi e strategie, sono presenti in entrambi gli schieramenti, con differenti applicazioni localistico-geografiche. Ovvero, ricorrono ai personaggi civici, per l’assenza di un’adeguata e formata classe dirigente: Fratelli d’Italia e Forza Italia. La Lega si adegua al Sud dove non è ancora radicata, quindi, costretta a fare salire sul proprio carro di tutto e di più. Al contrario, al Nord, la Lega di Salvini schiera politici di esperienza, capacità e radicata fede, indietreggia solo quando deve cedere agli amici di merenda (F.d.I. e F.I.). I motivi, comunque, non sono solo la carenza di addetti ai lavori, vuoti voluti e guidati .

Partiti e movimenti di ‘nominati’, leader virtuali, inseguitori di sondaggi, specchi dell’attuale inconsistente epoca.

Maresca a Napoli, il duo Michetti-Matone a Roma e Paolo Damilano a Torino, Occhiuto alla Eegione Calabria. Le motivazioni alle scelte sono almeno doppie. In primis, la convergenza su personaggi indipendenti utili a fare coagulo e fusione di schieramento. Senza impegni di lunga scadenza, alleati in Calabria sciolti e disinvolti a Canicattì. Il secondo, l’opportunità di non dovere nulla all’occasionale prestazione di manodopera, scaricata nel caso non risulti idonea né utile. Manodopera scelta dai capi e solo ad essi rendicontare. In entrambi i casi, da notare l’assenza e riferimenti alla corretta e sana erogazione di servizi all’amministrazione pubblica. Cioè, i cittadini e i loro diritti non sono l’obiettivo mirato, sono solo strumenti da manipolare.

La proliferazione – localistica – di gruppi, movimenti o schieramenti non partitici, distinti e distanti, fuori dalle aree di cdx e csx, sono ulteriore prova del «fallimento della politica». Gruppi e movimenti sorti per reagire all’insipiente sordità e cecità dei cosiddetti partiti storici-nazionali.

Le differenti prassi metodologiche e strategiche tra destra e sinistra sono minime. La democrazia delle cosiddette elezioni “primarie”, di moda nelle sinistre, è più inconsistente e liquida del cilindro magico delle destre. È sufficiente analizzare i risultati di questa forma partecipativa, per dimostrarne la inutilità, ovvero, per dimostrare il raggiro dei cittadini creduloni.

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Stefano Lo Russo (PD) scelto a Torino ha ricevuto 4.229 voti, pari al 37,48% di 11.325 votanti su una popolazione di 847.000 abitanti, un granellino di sabbia nel deserto. Nella città della Mole Antonelliana il centrodestra sorteggia l’imprenditore Paolo Damilano, segno acclarato di «zero classe umana e politica».

A Roma la situazione si presenta ancora più frammentaria e liquida. A sinistra si contendono l’investitura primaria 7 candidati, di questi due ex ministri della Repubblica – Gualtieri e Fassina -. Nell’area liberal-riformista s’impone Carlo Calenda, nemico giurato di PD e M5S. I grillini annaspano ricandidando Virginia Raggi sindaca uscente.

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L’ultima volta delle primarie, nella Roma di 2 milioni e 600mila abitanti, il PD rastrellò 21.000 votanti compreso gli extracomunitari non residenti né cittadini italiani. Il centrodestra, senza primarie, ricorrendo sempre al manuale spartitorio detto Cencelli e al cilindro da mago, presenta il duo civico Michetti & Matone; che Dio ce la mandi buona. La poltrona nel Campidoglio è seconda solo a quella di palazzo Chigi.

Primarie del civismo vero o camuffato, manuale Cencelli con «coscritti civici», il risultato non cambia. La politica diventa sempre più fluida e non vuol saperne di «rifondarsi». Ogni municipalità, ogni campanile, ogni città sfodera civismo dagli aspetti più contrastanti, anche se tutti accomunati «dall’amore» per la propria città.

Candidarsi è semplice ed è sinonimo di libertà, non importano competenze, esperienze e capacità dimostrate. Tutti possono, nessuno ha l’umiltà di misurarsi la cosiddetta ‘palletta’. Tutti idonei per la poltrona di sindaco e consigliere, senza limiti d’età e d’indecenza. Urlatori, imbonitori, nullafacenti, figli di papà, tutti pronti a misurarsi senza ricorrere neanche al voto d’assemblea condominiale o di circolo bocciofilo. Tanto è sufficiente presentare la faccia sui social e, chi più ne ha, più ne metta.

Poverini, non hanno colpe, rivendicano il diritto a partecipare. Le colpe sono solo della politica, da tempo non più solida ma resasi allo stadio liquido e gassoso.

Menomale che a venirci incontro per rammentarci fatti e misfatti c’è la storia. Cento anni fa l’Italia era distrutta dalla prima guerra mondiale, l’economia ristagnava e la politica si scindeva, interrogandosi tra liberismo, conservatorismo, socialismo, interventismo e rivoluzione. I risultati forse e spesso si dimenticano, ma la storia non si ripete, presenta solo similitudini. Azzardare sovrapposizioni, tra l’inizio del ‘900 con l’attuale momento storico è sbagliato.

Tra le tante diversità emergono: «la differente consapevolezza morale e culturale del popolo, l’assenza della vera sofferenza morale e materiale, l’assenza di veri uomini di Stato». In questo scenario la politica continua a restare liquida, al massimo si trasforma come le bolle di magma nelle lampade multicolore. Il mucchio selvaggio non c’è, se c’è dorme e se non dorme non se ne fotte. Cosa fare? Assumere consapevolezza dei propri ‘doveri’, rivendicando partecipativamente i propri ‘diritti’. Non è difficile, è indispensabile!

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