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Scontri e proteste arrivano sotto al Parlamento. Salvini invoca le riaperture ma intanto non molla il Copasir

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Le prime proteste dell’era Draghi. Dopo aver dichiarato che ormai è giunto il tempo cui bisogna dare più di quanto si chiede, il governo presieduto dall’ex governatore della Bce assiste alla prima violenta protesta fin sotto le finestre della Camera dei Deputati. Protagonisti ambulanti e ristoratori esasperati dalle chiusure ma soprattutto dall’esiguità dei ristori. Certo, le infiltrazioni politiche (vedi Casapound) hanno influito notevolmente sul clima pesante, esacerbando gli animi, ma ciò non toglie che nel Paese si respiri un clima pesante e difficile.

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Non è un caso, infatti, che oggi, quasi in una sorta di passaggio del testimone, a Montecitorio saranno di scene gli operatori del turismo ed i commercianti. Tutti segni eloquenti che a quasi due mesi di governo l’impronta di Draghi ancora non si vede. Insomma, questo governo finora tutto è sembrato tranne che quello dei migliori.

Tornando alla protesta di ieri il bollettino parla di cariche e lanci di oggetti con sette manifestanti fermati e almeno due poliziotti feriti. Proteste che si sono verificate anche in altre parti d’Italia come a Milano ed a Napoli dove, peraltro, un intero tratto dell’autostrada A1 è stato paralizzato. Scene di protesta non nuove, che certamente non hanno nulla a che vedere con quelle dello scorso ottobre ma che comunque evidenziano un clima di tensione sempre più palpabile nel Paese e un’insofferenza che monta da molte categorie ormai allo stremo.

Lo raccontano gli esponenti di FdI, Paolo Trancassini e Riccardo Zucconi, che ieri hanno incontrato i manifestanti. Uniti con loro nel «condannare le violenze avvenute oggi in piazza» ma allo stesso tempo convinti nel «denunciare l’enorme quanto assurdo spreco di risorse – dal cashback al Reddito di Cittadinanza – che avrebbero potuto aiutare migliaia di imprese italiane a risollevarsi. Sono stati spesi 150 miliardi che potevano essere impiegati in maniera migliore, ad esempio, per rimborsare i costi fissi di questi imprenditori».

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In silenzio Matteo Salvini, che probabilmente in altre occasioni sarebbe sceso ad incontrare i manifestanti. La Lega però, attraverso i suoi capigruppo alla Camera e al Senato, Molinari e Romeo, spiega di essere «al fianco di chi, stremato, vuole tornare a lavorare. La Lega è l’unica che da tempo chiede al presidente Draghi di valutare riaperture in sicurezza (previsione fatta inserire nell’ultimo decreto) lì dove i numeri dei contagi lo permettono, e Matteo Salvini lo ribadirà al più presto anche incontrando il Presidente del Consiglio. Le riaperture responsabili e ragionevoli sono condivise dalla maggioranza delle regioni. Nessuno può pensare di imporre le chiusure per scelta puramente ideologica».

Appunto le riaperture vero nodo politico di queste settimane e che certamente continuerà a trascinarsi fino alla fine del mese. Mario Draghi non parla anche se la sensazione che filtra da Palazzo Chigi è che intenda affrontare con molta cautela il dossier, sia perché attende di capire quale sarà l’andamento dei dati e sia perché al momento le vaccinazioni vanno al rilento. Nel frattempo, è Roberto Speranza a far sentire la sua voce spiegando che «sbaglia chi fa politica sull’epidemia. Sull’epidemia bisogna unire l’Italia e fare quest’ultimo sforzo perché non manca tanto e la campagna di vaccinazione presto darà risultati positivi e saremo in grado di programmare un futuro diverso».

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Parole che sembrano rivolte a Matteo Salvini. «Non proviamo a prendere voti sull’epidemia, perché non porta da nessuna parte e fa solo male, da parte mia seguirò questa linea e senza polemiche con nessuno» continua il ministro. Dal canto suo il leader leghista preferisce rivolgersi direttamente al premier Draghi, con il quale a breve dovrebbe incontrarsi, e a cui proporrà «riaperture in sicurezza, dove i dati lo consentono, e nuovi protocolli per rivedere il numero di accessi in teatri e impianti sportivi, senza dimenticare palestre, bar, ristoranti e negozi».

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Un Salvini di lotta e di governo che per il momento si tiene anche ben stretta la poltrona di presidente del Copasir. Ieri, infatti, è giunta la risposta dei presidenti di Camera e Senato alla lettera del presidente leghista Volpi che attendeva lumi riguardo la sua permanenza sulla poltrona di Palazzo San Macuto.

E il ragionamento dei due presidenti è stato quello della piena operatività del Copasir, non rilevando al tempo stesso la necessità, come invece imporrebbe la legge, di un passo indietro di Volpi a vantaggio di un esponente dell’opposizione, nel caso il meloniano Urso. Un avvicendamento che sarebbe possibile, spiegano sempre il duo Casellati-Fico, soltanto attraverso un accordo politico visto che non esistono poteri di revoca o scioglimento del Comitato. Insomma, Volpi può restare al suo posto.

Durissima la reazione di FdI che con i capigruppo Ciriani e Lollobrigida parlano di decisione «pilatesca»,  «scandalizzati» dalla decisione dei presidenti di Camera e Senato di «rimandare ad ‘accordi politici’ ciò che entrambi sanno essere previsto dalla legge, tanto che lo confermano esplicitamente, e che loro – secondo il principio di autodichia – sarebbero tenuti a far rispettare». Da qui l’appello al presidente della Repubblica per un intervento di moral suasion per sbloccare la situazione.

Insomma, clima pesante tra Lega e FdI che rischia di complicare oltremodo i rapporti all’interno della coalizione soprattutto in vista delle future scelte per le amministrative. Intanto, un primo banco di prova sarà il voto di oggi alle 15 in Senato sulla mozione sulla sospensione del cashback. A dir la verità la mozione è di tutto il centrodestra anche se la primogenitura è di FdI, ma è evidente che se passasse l’incasso sarebbe quasi tutto ad appannaggio della Meloni.

Ecco che i leghisti potrebbero all’ultimo defilarsi, anche se alla fine la mossa potrebbe rivelarsi controproducente proprio per il Carroccio visto che è firmataria della mozione. Sarebbe alquanto bizzarro, infatti, se dopo averla presentata decidesse di prenderne le distanze. Senza considerare che una bocciatura della mozione consentirebbe proprio a FdI di confermare l’incapacità del centrodestra di governo di incidere sulla politica dell’Esecutivo, e di essere drammaticamente al traino della vecchia maggioranza giallorossa. Mentre se la mozione passasse la Lega potrebbe comunque avere buon gioco nel dimostrare che il governo Draghi si è messo sul cammino della discontinuità, prendendo le distanze da una misura fortemente voluta proprio da Giuseppe Conte.

Si vedrà comunque oggi in Aula cosa accadrà, anche se non è escludersi qualche protesta platea di FdI proprio per rimarcare verso gli alleati (?) il mancato passo indietro sul Copasir.

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