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Pandemia covid, i tanti insegnamenti dell’affaire Sicilia

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I fatti dei giorni scorsi conducono alle dinamiche concernenti gli effetti giudiziari della pandemia-covid e di come le istituzioni hanno provato a gestirla. Il plesso governativo, nell’anno trascorso, ha dato luogo a tutta una serie di misure con l’adozione di provvedimenti atipici, per le condizioni di straordinarietà vissute, mediante l’adozione di innumerevoli DPCM e di ordinanze regionali che non sempre si sono mostrate coerenti ed efficaci.

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Certo la situazione, imprevedibile ed imprevista, ha debordato dai rituali canoni della gestione amministrativa ordinaria quando si è tentato di ovviare alle carenze, per rapidità ed efficacia, avuto riguardo dei procedimenti di fare fuori i decreti legge e cercare di non far passare le varie misure, quali ipotesi risolutive, al vaglio delle camere parlamentari.

Da questo vizio d’origine è venuto fuori un sistema-guazzabuglio in cui il sistema di regolazione delle procedure in grado di affrontare, da plurimi angoli di visuale e di percezione, l’aggressiva, fino a divenire mortale, virulenza del fenomeno pandemico, che ha investito ogni plesso della società dalle istituzioni in perenne stato confusionale, ai mercati di ogni settore economico messi in ginocchio, sino a incidere sulle relazioni umane, familiari e collettive.

Certo tutto questo si determinava in attesa che il crogiuolo risultante facesse venire fuori nuove ed aggiornate criticità come le possibili ed immaginabili derive giudiziarie.
Nelle limitate considerazioni sui fatti intervenuti l’altroieri, con le misure di restrizione domiciliare di un dirigente e due funzionari regionali e con l’avviso di garanzia recapitato all’assessore Ruggero Razza per falso ideologico, si giunge alla necessità di esaminare da altro profilo il guaio determinatosi lungo questo ultimo anno.

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L’ambito entro cui si innervano le ipotesi in esame riguardano l’accertamento e l’invio dei dati pandemici alle istituzioni centrali e governative per dare corpo e sostanza alle misure di chiusura per le regioni che necessitavano maggiore vigilanza in base al criterio prescelto del cd. RT, laddove la burocrazia inguaia la politica.

Credo che il clima che si vive sotto il profilo dell’azione politica ed amministrativa ci sta introducendo in una nuova realtà criminogena (mi ricorda il 1992 e tangentopoli senza fare alcuna assimilazione che risulterebbe erronea), ove lo Stato è fonte, con regolazioni supplementari e cavilli su DPCM ed ordinanze regionali, di una dinamica destinata ad aggrovigliare la matassa amministrativa rivolta ad affrontare la straordinarietà del momento con nuove e più aggiornate interpretazioni di tipo giuridico e di prassi amministrativa.

Nell’occasione bisogna tenere la barra dritta ma simile atteggiamento istituzionale non basta, se poi questo clima nefasto e presuntuoso inghiotte malamente tutto in un groviglio di confusione in cui centro di comando e le periferie regionali interagiscono senza la necessaria concertazione e senza la dovuta efficienza ed efficacia. In questi casi la prudenziale attenzione non è mai troppa se nei gangli gestionali non immetti numerose e plurime intelligenze. Si perviene all’ulteriore constatazione che bisogna fare iniezioni di intelligenza nella pubblica amministrazione.

Così in queste occasioni, oggi più che mai, la furbizia guasta e non si addice, laddove manca in buona parte l’intelligenza gestionale in grado di sollecitare e favorire un cambio di passo nelle occasioni, seppur critiche, che ci vengono proposte dalla quotidianità. Ad esempio la sanità ha dimostrato con la vaccinazione a tappeto che la Sicilia può essere in primo piano per bravura ed allora bisognerà continuare a percorrere questo binario: ed anche sugli errori materiali avuto riguardo dei dati erroneamente trasferiti comunque si dimostra avvedutezza, risolutezza e lungimiranza con cui è possibile dimostrare capacità, concretezza e intelligenza gestionale.

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Certo le considerazioni sull’affaire che ha coinvolto l’assessore Razza appartengono al novero di ipotesi la cui incidenza, sotto il profilo delle indagini, sulla configurazione di reati è ancora tutta da chiarire, laddove le ricostruzioni rappresentate giornalisticamente, sulla base dei rilievi giudiziari, sembrano possedere poca sostanziale consistenza e nella loro evidenza appaiono astratte, labili e contraddittorie.

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Difatti se le dinamiche fossero state così gravi, la Sicilia avrebbe avuto un’ecatombe. Di contro i morti dichiarati in numero minore o “spalmati” che dir si voglia sembrano aver dato ragione ai numeri tendenziali, più che contingenti. Da qui non può che dedursi che da una azione del genere non può derivarsi un aggravamento della situazione: altrimenti si sarebbe dovuto riscontrare che le corsie covid, con le terapie intensive e subintensive, sarebbero esplose. Cosa che non è avvenuta.

Sicché ammesso e non concesso che gli indagati abbiano distribuito i decessi e/o i contagi in più giorni o settimane possono aver alterato la fotografia di quel dato momento (e non a torto se penso a novembre) e in termini complessivi lo scenario non cambierebbe e risulterebbe identico su base trimestrale.

In questo frangente direi che è facile immaginare che la pratica utilizzata nella raccolta dei dati statistici sia pratica consolidata anche altrove ed è lo stesso Gaetano Savatteri, giornalista pragmatico e non ideologico, a rappresentare ragionevolmente con queste parole il momento: «La Sicilia è fatta di cose che funzionano e cose che non funzionano. Chiaramente da cittadino vorrei che fossero più le cose che funzionano in modo che si smettesse di dire ‘non sembra Sicilia, ma sembra la Svizzera’. Ci vorrà molto tempo, probabilmente, e diversi cambi generazionali. Ma non è corretto dire che tutti i malfunzionamenti sono del Sud. Anche nel caso della gestione della pandemia ci siamo resi conto che ci sono state tante falle a livello nazionale: e i comportamenti tenuti nel Nord Italia e nel Sud, molto spesso, ci raccontano storie molto diverse che si discostano dalla retorica di un Nord efficiente contro un Sud meno efficiente».

Ebbene da qui si perviene al dato storico che chiunque faccia proiezioni non sia da ritenersi del tutto ortodosso, laddove si impone che la statistica risulta essere, in tutto il suo cinismo, incontrovertibile e veritiera, rispetto ad una presunta falsificazione dei dati.

L’Assessore Razza quindi, teoricamente, avrebbe anche potuto rimanere al suo posto e non dimettersi. E quindi gli autori delle ipotizzate falsificazioni ai domiciliari. Quindi ne consegue che non possa essere rimproverato o condannato alcuno ed alcunché. Ed ancora se il fine era quello di non andare a ricadere in zona rossa il beneficiario ultimo non poteva che essere la parte politica cioè l’assessore quanto meno come concorrente morale, se non istigatore, assessore Razza che, invece, ha chiesto insieme al presidente Musumeci lo stato precauzionale di zona rossa a prescindere dai valori numerici attribuiti all’RT.

Questa d’altronde è la paradossale contraddizione in termini, che rende tutto assurdo e non facilmente coniugabile con lo stato di diritto e con le correlate garanzie di giustizia. Da qui in avanti andremo a scandagliare la fenomenologia covid sotto il profilo giudiziario con pericolosissime ricadute in diritto, sia civilistiche che penalistiche.

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