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Stellantis, Fratelli d’Italia: «Stato entri per tutelare produzione, lavoratori e tecnologia»

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«E’ tempo di uno Stato stratega che definisca una politica industriale sull’auto, e in particolare su Stellantis. Cdp potrebbe entrare nel capitale per tutelare gli interessi della produzione, dell’occupazione ma anche della tecnologia italiane».

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Questo è il messaggio che giunge al termine del web meeting organizzato dal Dipartimento Impresa di Fratelli d’Italia dal titolo “Fiat addio? Anche sull’auto serve uno Stato stratega”.

«Serve un piano industriale, ha spiegato il senatore di FdI, Adolfo Urso, responsabile nazionale del Dipartimento Impresa, per il settore automobilistico che veda lo Stato come regista usando ogni strumento dal golden power quanto necessario come nel caso Iveco a Cdp con il suo Patrimonio destinato al recovery plan per quanto riguarda la transizione economica».

«Fiat, ormai, – continua – è soltanto un marchio di Stellantis ma è necessaria un’azione patriottica che tuteli la nostra tecnologia e mantenga i livelli occupazionali degli stabilimenti in Italia. E questo perchè la nascita di Stellantis, contrariamente a quanto era stato prospettato, non nasce da una fusione paritetica ma da una vendita in cui la governance è prevalentemente francese, con Parigi che addirittura aumenta la sua quota azionaria diventando maggioritaria rispetto agli azionisti italiani. Tutto il contrario di quello che era stato dichiarato».

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Da qui la proposta che «Cdp entri nel capitale azionario di Stellantis con una quota pari a quella dello Stato francese per salvaguardare gli interessi della produzione e del lavoro italiano».

Ipotesi di uno Stato stratega che condivide il senatore di FdI, Antonio Iannone, che in qualità di commissario regionale in Campania lancia l’allarme per «evitare che si verifichi un vero e proprio deserto occupazionale in alcune aree. La Fiat di Pomigliano d’Arco rappresenta uno dei pochi polmoni lavorativi in un territorio che ad oggi vanta 229mila percettori di reddito di cittadinanza».

«Una situazione allarmante – sottolinea Iannone -, come evidenziato dalle crisi industriali di Whirpool a Napoli, ItalCementi a Salerno, Treofan a Battipaglia, Meridbulloni a Castellammare, che impongono la necessità di difendere la produzione italiana».

A sua volta il senatore di FdI e responsabile nazionale del Diaprtimento Trasporti, Massimo Ruspandini lancia l’allarme sugli impianti di Cassino che «rappresentano una risorsa senza eguali per il nostro territorio, dove sono presenti ed operanti ben 432 aziende dell’indotto distribuite su 42 Comuni. Ad oggi non è comprensibile quale sia la strategia dello Stato per il futuro dell’auto e in generale dell’industria del Paese. Una condizione di incertezza che purtroppo fa apparire l’Italia come la preda ideale per gli assalti dei grandi gruppi esteri, Francia in primis».

Assenza di una strategia statale che rileva con preoccupazione Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, per il quale «purtroppo l’Italia non ha mai considerato quello dell’auto un settore strategico. La grande responsabilità da parte nostra è quella di non aver fatto diventare l’industria automobilistica competitiva in modo strutturale. Per far questo bisogna semplificare e ridurre la burocrazia per le imprese e rendere i nostri prodotti allo stesso livello di quelli della concorrenza. Serve quindi un intervento pesante da parte dello Stato».

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Mentre Hella Colleoni, presidente Confimi Industria, chiama in causa il Ministero dello Sviluppo economico che può essere «fondamentale per rendere i nostri prodotti meno cari e far sì che non finiscano in mani francesi. Stellantis è più una questione di orgoglio che di vera competitività. Ci sono anomalie e pesi sulla nostra filiera, ma mancano i controlli”. E da Francesco Somma, presidente di Confindustria Basilicata, arriva la presa d’atto che “serve una politica di sistema per il settore della mobilità privata in Italia. In Europa c’è una diversa consapevolezza della politica industriale ma secondo noi c’è ancora la possibilità di rivedere gli equilibri in Stellantis».

Invece, Fabrizio Amante – componente segretaria nazionale Associazione Quadri e Capi Fiat rileva come «la fusione fra FCA e PSA ha tutte le caratteristiche per consentire la sopravvivenza in un mercato sempre più aggressivo e competitivo», ma non dimentica di ammonire che «in questa ottica ci aspettiamo che lo Stato italiano faccia sentire la sua voce per consentirci la salvaguardia dei livelli occupazionali».

Sul fronte sindacale, Enrico Gambardella, segretario regionale CISL Basilicata, ricorda che «siamo sempre stati favorevoli alla partecipazione dei lavoratori alle scelte d’azienda» ma «le scelte storiche del nostro Paese invece ci condannano da questo punto di vista, basti pensare che nel CdA di Stellantis non sono presenti sindacalisti italiani ma solo francesi, americani e tedeschi perché in quei Paesi la rappresentanza lavorativa ha un’altra connotazione».

E su questa linea anche Angelo Summa, Cgil Basilicata, che riflette come «il tema vero di Stellantis è che dentro quella fusione c’è un evidente sperequazione a favore francese. Lo Stato francese ha posto condizioni, come avere la sede in Francia e che i propri stabilimenti non subissero ridimensionamenti, non fossero toccati. Serve dunque uno sforzo di unità nazionale e bene ha fatto Fratelli d’Italia a porre questo problema».

Unità nazionale che per Fabio Bernardini, segretario provinciale metalmeccanici CISL Frosinone, si traduce nell’invito alla politica italiana di «giocare un ruolo da protagonista. Occorre sostituire le politiche passive degli ammortizzatori sociali con politiche attive. Gli investimenti previsti sugli stabilimenti italiani sono insufficienti, basti pensare che a Cassino siamo a meno del 10 per cento di produzione rispetto ai 380mila veicoli previsti a pieno regime».

Infine, Tullia Bevilacqua, Ugl Emilia Romagna, ricorda come «in Italia c’è una fortissima resistenza relativamente alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende». Da qui la richiesta di «meccanismi di protezione nei confronti delle nostre imprese» alla luce della «globalizzazione che sta creando forti problemi all’economia nazionale».

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