Fatela finita, con luoghi comuni e lombrosismi di ritorno contro il Sud

Come nella “fattoria degli animali”, anche nel Conte bis, c’era qualcuno “più uguale” degli altri. Ben nove, infatti, i suoi ministri riposizionati da Draghi. Sei dei quali sulla stessa poltrona di prima: D’Incà (Rapporti col Parlamento), Guerini (Difesa), Franceschini (Cultura), Speranza (Salute), Di Maio (Esteri), Lamorgese (Interno), mentre Patuanelli (per lasciare lo Sviluppo economico a Giorgetti) è andato alle politiche agricole.

Evidentemente avevano lavorato talmente “bene” nell’avviare il processo di “decrescita (in)felice” (sogno dei grillini per l’Italia) che, per completarlo, non si poteva farne a meno. Al 31 dicembre 2020 il debito pubblico italiano, ha toccato quota 2.569,3mld, con una crescita di 159,4mld rispetto ai 2.409,9mld dell’anno scorso. Purtroppo, essendo tutti ai “domiciliari”, per la pandemia, nessuno ha speso.

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Sicché, i consumi -6,7% e il Pil -8,8% sono crollati. la produzione industriale è precipitata -11,4%, 305mila imprese di servizi e commercio hanno chiuso, la disoccupazione è cresciuta di 600mila unità e sul tavolo c’è ancora un centinaio di dossier fra cui: Ilva, Alitalia e Autostrade. La “decrescita” è partita, perché avrebbero dovuto andare a casa? E, poi, senza Speranza chi avrebbe avuto il coraggio di continuare a chiuderci?

L’eredità che Draghi raccoglie, è pesantissima. Si parte dai 374 decreti attuativi ancora da approvare, per dare effettività ai provvedimenti del 2020, si aggiungono i 148 residui della finanziaria 2021, e si arriva a 522 provvedimenti del Conte bis che Draghi dovrà completare.

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Fra questi: l’esonero dei contributi previdenziali di autonomi e professionisti; fondo impresa femminile e bonus vari; la sorte dei 34 milioni di cartelle fiscali ferme allo start, quella del blocco dei licenziamenti in scadenza al 31 marzo e la proroga della Cig e, poi, Recovery plan, covid, scuola, riforme del fisco, Giustizia e prescrizione, taglio della burocrazia, lavoro e previdenza.

Infine, è d’obbligo una riflessione sul Mezzogiorno. E non per il numero dei ministri di origine meridionale (solo 4) presenti nella compagine di governo, ci sono stati periodi in cui ce n’erano molti di più, ma per il Sud le cose non sono andate meglio. Penso, piuttosto, al silenzio quasi totale, nei suoi riguardi, di governo e maggioranza durante la crisi.

Un silenzio rotto soltanto da dieci righe, nelle “comunicazioni” – per altro acclamate entusiasticamente da tutti i media – del premier per la “fiducia”. Pochine e troppo generiche per far sognare ai meridionali un futuro migliore.

Basta leggere le priorità individuate: «occupazione, in primis femminile, benessere ed autodeterminazione e garantire legalità e sicurezza per attrarre investimenti privati nazionali ed esteri», per rendersi conto che non c’è «niente di nuovo sotto il sole». Tranne ovviamente il nome e l’autorevolezza internazionale, di Draghi. Ma lo sviluppo del Sud passa anche per il miglioramento della qualità della vita.

Quindi, da servizi, sanità, scuola e infrastrutture: ferroviarie: alta velocità e tpl. E per garantire legalità e sicurezza, alla repressione, bisogna aggiungere la prevenzione intesa come lavoro vero per tutti, ma anche dalla rinuncia a lombrosisimi di ritorno e luoghi comuni. Criminalità, illegalità e collusioni, non esisono solo sotto il Garigliano, ma in tutto il territorio nazionale (vedi l’inchiesta sui vaccini) e il Sud non è tutto criminalità e illegalità. La stragrande maggioranza dei meridionali, lavora, rispetta la legge e non evade le tasse.

Va sostenuto, non represso e le risorse per farlo, ci sono. Draghi sa benissimo, anche se nelle “comunicazioni” l’ha taciuto, che il superplus di fondi – ottenuto dall’Italia rispetto agli altri Paesi, nell’ambito del “Recovery” – è dovuto ai ritardi del Sud da recuperare. Spero non se ne sia dimenticato per evitare che qualcuno della sua maggioranza si arrabbiasse – magari, perché già pregustava di destinarle al Nord – trasformando la sua luna di miele in linea di fiele. Vada per Draghi, ma mi preoccupano, e non poco, i suoi compagni di viaggio che, privi di visione del Paese, litigano su tutto e anche sul niente.

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