Governo Draghi, se non ora quando? E se non l’ex presidente della Bce chi altri può salvare il Paese?

Se non Mario Draghi, chi altri? Mi viene questo interrogativo di getto, senza pensarci troppo dopo averlo a lungo digerito nelle scorse settimane, al culmine della più ridicola e drammatica al tempo stesso crisi di governo della storia repubblicana. Già, il tempo degli esperimenti era finito in Senato, quando Giuseppe Conte pronunciò il discorso più vuoto della sua breve carriera di presidente del Consiglio.

Incurante che chi gli stava di fronte lo avrebbe sfiduciato per tutta la vita, si lanciò in una sequela di minacce e di ammiccamenti a dimostrazione della sua insensibilità davanti alle ombre di un default drammatico, ad un disfacimento che non si era mai registrato dopo gli anni del terrorismo culminato con l’assassinio di Aldo Moro.

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Non aver compreso che l’emergenza pandemica, intrecciata allo scollamento civile e istituzionale, oltre che alla decadenza verticale dell’economia nazionale, esigeva ben altri atteggiamenti ed un’apertura a vasto raggio a tutte le forze politiche, concedendo quel che era possibile e rivolgendo un accorato appello alla nazione, ha segnato la fine di Conte e delle sue velleità di tornare per la terza volta a Palazzo Chigi accompagnato da una misera combriccola di straccioni di Valmy, senza identità e privi della più pallida idea di governo.

Non era quello il tempo delle sortite carnevalesche e al Quirinale si era consapevoli che l’accattonaggio politico, oltre ad esporre la nazione a pericoli difficilmente arginabili, avrebbe offerto dell’Italia nel mondo un’immagine devastata, miserabile, indegna della sua storia e perfino delle sue tragedie presenti e passate.

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Non si poteva, davanti a tanto sfacelo politico, istituzionale, civile, imboccare l’impervia e lunga strada delle elezioni anticipate per i motivi che ha riassunto con grande serietà, non priva di accenti dolorosi, il presidente Mattarella martedì sera. Occorreva ed occorre un governo di protezione della Repubblica e di salvezza nazionale. A chi altri allora se non a Mario Draghi, oggettivamente l’uomo più ragguardevole come civil servant del quale l’Italia disponga, affidare l’arduo compito di mettersi alla testa di una reazione alla crisi dalla cui evoluzione dipendono i destini del Paese per i prossimi decenni?

Parlano per lui la sua carriera, il suo prestigio internazionale, le sue capacità non solo economico-finanziarie, ma politiche nel senso pieno della parola avendo governato la Banca d’Italia e la Banca centrale europea confrontandosi con problemi di non facile soluzione ed uscendone sempre a testa alta. Nel momento recente più buio della vicenda italiana è riuscito a diradare le nebbie che s’infittivano intorno al nostro Paese limitando l’offensiva degli europeisti oltranzisti e cinici, rappresentando un argine alla disfatta che sembrava imminente per i nostri destini.

Ci sarà chi si opporrà a Draghi in nome di pregiudizi ideologici, formulando tesi invariabilmente complottiste legate alla stantia polemica contro l’establishment, le élites, i centri di potere.

Balbettìi inutili mentre il morbo rischia ancora di sopraffarci e la campagna vaccinale va a rilento, e le strutture economiche si vanno disfacendo e quelle sociali e relazionali sono attaccate dalla disperazione.

Vogliamo vederli i Soloni della suburra, i sovranisti all’amatriciana, i populisti che avevano abolito la povertà (un manicomio a porte aperte) opporsi alla sola compagine possibile che possa ristabilire una sovranità effettiva interpretando le ragioni del popolo e dicendo la verità agli italiani. Sia chiaro, non siamo tifosi di questo o di quello. Ma ragionevolmente ci sembra, scandagliando gli abissi dove siamo finiti, che Draghi ha più chances di chiunque altro per tentare di riprendere il mare per quanto in burrasca.

Si spaccheranno i partiti, andranno in crisi alleanze piuttosto fragili, si rinserreranno nei loro eremi a coltivare solipsistici sogni gloria parvenu pervenuti alle cronache nelle ultime settimane? Già tutto questo sarà miracoloso. Agli egoismi meschini da gran tempo si sarebbe dovuto opporre un progetto incarnato da una classe dirigente umile e salda allo stesso tempo, capace e determinata, colta e votata al bene comune. Sia pure con ritardo, colpevolmente dilatato dai sullodati straccioni, la via aperta da Mattarella è quella che al momento ci sembra non soltanto la migliore, ma l’unica.

Coltivassimo altre opzioni politiche, come le elezioni anticipate, le metteremmo da parte anche in vista di tornaconti che al momento opportuno si manifesteranno. Partecipare ad un progetto di difesa e possibilmente di rinascita è il più formidabile progetto politico al quale si possa aderire. E per questo derubricare il governo che si va formando come “tecnico” è una ridicola ed inconsistente definizione per giustificare i pregiudizi che dovrebbero nutrire l’avversione al ristabilimento delle regole e all’avanzata di una sia pur tremante speranza.

Le formule, mentre tutto crolla, non servono a niente. Occorrono idee senza parole o quasi per riprendere un cammino interrotto. Abbiamo l’impressione che Draghi possa essere l’antidoto politico, come tenace guida tra le macerie, ai molti virus in circolazione, non escluso il Covid.

Gennaro Malgieri

Federproprietà Napoli

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