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Contrastare l’eurocrazia. La destra italiana prenda spunti dall’Ungheria di Orban

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Orban è la vera bestia nera dell’Unione europea, un vero osso duro che non risponde ai suoi “valori condivisi”. E’ dagli inizi della sua carriera di primo ministro che i super burocrati di Bruxelles tentano inutilmente di ricondurlo all’ordine. Il tipo è ostinato e, orrore! ha più volte messo mano alla Costituzione ungherese in una direzione che riesce indigeribile al mondo progressista di ogni latitudine.

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Nella revisione entrata in vigore nel 2012, già nel Preambolo si legge: «siamo orgogliosi che il nostro re Santo Stefano abbia edificato il nostro Stato su fondamenta solide mille anni fa e abbia reso il nostro paese parte dell’Europa cristiana». Più oltre, si riconosce al cristianesimo, nel rispetto delle altre religioni, il ruolo di “preservazione della nazione”.  La Costituzione è definita come un «un patto tra gli ungheresi del passato, del presente e del futuro».

L’insistere sul concetto di nazione e del suo proiettarsi in una storia millenaria, marca i confini di una identità che non si presta all’accoglienza indiscriminata delle “risorse boldriniane” che provengono da ogni angolo della terra e che rischiano di stravolgere l’economia e la fisionomia dei popoli.

Alla lettera L delle Disposizioni fondamentali, il matrimonio viene definito «unione volontaria di vita tra l’uomo e la donna» e la famiglia costituisce «la base per la sopravvivenza della nazione».

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A questo punto, gli alti lai dei difensori dei “diritti degli omosessuali” sono saliti fino al cielo, al loro cielo, senza né Dio né Dei.

Ma non finisce qui la sfida orbaniana ai “valori europei”.

Nel 2013, una nuova modifica costituzionale ribadisce, a scanso di equivoci, che le «coppie non sposate, senza figli o omosessuali non potranno avere la definizione di famiglia e non avranno gli stessi diritti e agevolazioni della famiglia eterosessuale ufficialmente sposata con figli».

Troppo per le menti “aperte” e “tolleranti” dei buonisti in salsa europea. Manuel Barroso e Thorbjorn Jagland, all’epoca rispettivamente Presidente della Commissione europea e Segretario generale del Consiglio europeo, in un acceso comunicato congiunto, sollevarono «preoccupazioni per quanto riguarda il principio del primato del Diritto, il Diritto dell’unione europea e lo spirito dei suoi trattati, e le norme del Consiglio d’Europa»

In una sola frase c’è tutta la supponenza e l’arroganza di chi crede, senza alcuna legittimità democratica, di potere rappresentare i popoli europei anche a dispetto delle loro istituzioni, della loro cultura e delle loro tradizioni. Il Diritto, quello con la iniziale maiuscola, è solo quello partorito nei fumosi palazzi dell’Unione europea.

La legittimazione popolare di Orban, forte di una maggioranza di oltre i due terzi del parlamento, conta poco o niente e la sovranità popolare è irrilevante se non si conforma allo “spirito dei trattati”.

Come si vede, il contenzioso con l’Europa viene da lontano e nasce principalmente dalla resistenza dell’Ungheria alle pretese del pensiero unico che disprezza le radici dei popoli e ne violenta la cultura.

Non è un caso quindi che, in occasione dell’approvazione del Bilancio europeo e del Recovery fund, Orban abbia posto il veto per disinnescare la famigerata clausola che prevede il rispetto dello Stato di diritto come condizione per ottenere i finanziamenti europei.

Alla fine il veto è caduto, ma solo dopo avere spuntato gli artigli al potere censorio delle istituzioni europee attraverso alcune modifiche alla procedura d’infrazione. Tra queste, in particolare, quella che prevede che la sospensione dell’erogazione dei finanziamenti dovrà passare dal voto dei due terzi degli Stati membri e non più da un voto a maggioranza semplice. Tradotto in numeri, significa che per sanzionare l’Ungheria si dovranno trovare d’accordo almeno diciotto Stati su ventisette: una probabilità scarsa se non proprio remota.

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Le trattative, quindi, si sono concluse con una sostanziale vittoria di Orban che, però, è stata fatta passare come un pareggio se non addirittura come una sconfitta.

Ma lo scontro continua sotto traccia.

Lo scorso 16 dicembre, a meno di una settimana dall’accordo raggiunto e proprio nello stesso giorno dell’approvazione definitiva del Regolamento, una ulteriore modifica costituzionale torna sul tema, indigesto per la UE, della famiglia tradizionale. Stavolta si chiarisce definitivamente che le coppie omosessuali non potranno adottare figli in forza del fatto che «la madre è una donna, il padre è un uomo». Apriti cielo! Giù le proteste delle organizzazioni per il rispetto dei “diritti delle persone Lgbt”.

Evidentemente, Orban non ha temuto le minacce della von der Leyen che, a commento dell’approvazione del Regolamento, diceva che «La musica cambia, chi sgarra ne risponderà»,

In Italia, invece, lo spartito è sempre lo stesso, quello dettato dall’eurocrazia dei “diritti fondamentali”.

Non a caso, in piena pandemia, il parlamento italiano ha trovato necessario e urgente reprimere l’omotransfobia e cancellare i decreti sicurezza voluti da Salvini quando era ministro dell’Interno. Ogni governo ha le sue priorità.

Del resto, la surreale costruzione di “diritti”, privi di presupposti fisici e metafisici, come direbbe Evola, serve a prevenire l’incalzare dei “sovranismi”, che pretendono di attenersi alle leggi di natura, alla difesa dei confini e degli interessi nazionali. Ma chi pratica la speculazione finanziaria non conosce alcun limite, né etico né territoriale.

La Commissione europea, attenta ai “diritti”, si dice preoccupata perché «la crisi Covid-19… ha colpito in modo sproporzionato le persone LGBTQI vulnerabili».

Questa moria di omosessuali e affini non l’ha vista nessuno, ma lo dice la Commissione e bisogna crederci. L’Italia naturalmente ci crede e intende utilizzare oltre diciassette miliardi del Recovery plan per promuovere la “parità di genere” ed eliminare le “sproporzioni”. E per la sanità?  Solo nove miliardi. Il Covid non merita la stessa attenzione.

Alla luce di questi avvenimenti, se la destra italiana volesse fare un salto di qualità, potrebbe trovare nell’esperienza ungherese un’indicazione di rotta e un senso di marcia per non rimanere impelagata in una opposizione sostanzialmente sterile e affidata a temi e slogan triti e ritriti fino allo sfinimento.

Non sarebbe male incominciare a pensare quale Italia disegnare per il futuro in caso di vittoria elettorale. Ed il cambiamento dovrebbe cominciare da una rivisitazione della carta costituzionale che tracci una identità di popolo e di destino in senso solidaristico, nazionale, e comunitario.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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