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Napoli, continua la crisi del commercio. Catapano: «Basta litigi mentre l’online ci ammazza, servono aiuti concreti»

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Campania zona rossa o rosè? Ha ragione il governatore De Luca? Per tante persone sembra proprio di sì. Troppe attività aperte e poche chiuse. A pagare la crescita dei contagi, per quanto deciso dal Governo, sono solo alcune attività commerciali come negozi di abbigliamento e calzature per adulti, centri estetici e gioiellerie. Una disparità di trattamento che per molti è sembrata assurda.

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«E’ una discriminazione e non si capisce perché visto che assembramenti nelle nostre attività commerciali non si possono fare» dice Alfredo Catapano, titolare di uno storico negozio di abbigliamento di Napoli e responsabile provinciale dipartimento commercio e PMI di Fratelli d’Italia.

«La ripartenza non è avvenuta come si credeva – afferma -. I negozi di abbigliamento e scarpe hanno sofferto durante il primo lockdown e hanno sofferto alla riapertura visto che gli sono venute a mancare fette di clientela notevoli a causa del poco turismo e dello smart working. Le persone non andando a lavorare non sentono la necessità di comprare vestiti per il lavoro.

«In più c’è una concorrenza sleale che i negozi di abbigliamento e calzature subiscono da internet». Le attività locali sono chiuse «ma nel web si continua a vendere. Stiamo andando incontro al Natale. Noi commercianti non abbiamo potuto fare il black friday – dove già si acquistano numerosi regali natalizi – mentre le attività presenti sul web sì e hanno sottratto al negozio di vicinato, al negozio reale una grandissima fetta di mercato».

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Cosa si può fare per mettere un freno a questa concorrenza sleale? «Ci vorrebbero norme ben precise, non dimentichiamo che questi sono soldi spesi dagli italiani ma che vengono portati all’estero. Il vantaggio dei siti di vendita online è il vulnus normativo, loro non avendo una sede fisica, una sede d’iva loro possono fare quello che vogliono, mettere sconti quando vogliono. Noi restiamo chiusi e loro sono aperti. Ci vorrebbe una regolazione legislativa efficace per far sì che tutti i criteri vengano rispettati sia dal negozio in strada che da quello virtuale».

Cosa impedisce agli esercizi commerciali di affiancare le vendite in presenza a quelle online?                                                                                                «Soprattutto i costi. Un negozio di quartiere non ha la forza economica per fare una piattaforma di vendita online. C’è bisogno di un ingente investimento. Consideriamo solo la pubblicità che questi colossi fanno a livello mediatico e questo porta la gente ad andare su questi siti piuttosto che sulla piattaforma del negozio fisico. Il lockdown ha spinto molti negozi a girare la barra verso l’online perché così almeno hanno sfruttato questi giorni di chiusura per racimolare un poco di soldi per affrontare le spese correnti».

A maggio Governo e Regione hanno “concesso” di riaprire le attività a patto di rispettare determinati parametri anticontagio. Questo ha portato gli imprenditori a dover fare dei grossi investimenti. A pochi mesi dalla riapertura però hanno obbligato queste attività a chiudere di nuovo e facendo sprecare così risorse economiche.

«Per le normative anti covid avevano promesso un credito d’imposta pari al 50% del costo dei dispositivi di sicurezza che poi in realtà non è stato erogato nella misura promessa ma nella misura del 12%. Avevano promesso altri aiuti ma tranne i famosi 600 euro (di cui erano state promesse 3 tranche ma ne sono state pagate due) e il fondo perduto sul mese di maggio allo stato attuale non abbiamo ricevuto niente».

Secondo Catapano le prospettive future non sono migliori. «Gli aiuti futuri sono in forse. C’è un’incongruenza. Il dpcm parla di aiuti per le zone rosse al momento dell’emanazione del provvedimento. Ora bisognerà vedere se quell’erogazione verrà applicata anche alle zone rosse istituite in seguito. I miei dipendenti hanno avuto la cassa integrazione di marzo e aprile a fine settembre e maggio la settimana scorsa. Stiamo parlando di persone che vivono di stipendio. Già nel primo lockdown hanno dovuto accedere a quelli che sono i risparmi di una vita. Ora hanno bisogno di avere aiuti concreti per fare la spesa, per affrontare il quotidiano».

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Quali sostegni si sarebbero potuti approntare per sostenere gli esercizi commerciali di Napoli e provincia? «Ci volevano sussidi veri e propri. Il Governo ha riempito i provvedimenti di crediti d’imposta che viene erogato dopo un pagamento. Ma durante e dopo il lockdown quello che è mancato agli esercizi commerciali è mancata la liquidità vera e propria. I commercianti devono affrontare delle spese vive, devono pagare il padrone di casa, i dipendenti, i fornitori».

«Più che il credito d’imposta sarebbe stato utile un sussidio – sottolinea – per pagare queste spese e lo slittamento di tutti i pagamenti fiscali al 2021. Le imprese in questo momento stanno pagando gli F24 del primo lockdown e chi non è in zona rossa sta pagando oltre agli F24 correnti anche gli F24 di marzo aprile e maggio. Quindi c’è un accumulo fiscale che non permette alle imprese di andare avanti.

Ma non solo il Governo. «Le amministrazioni locali – spiega Catapano – non hanno fatto nulla per aiutare le imprese. Il Comune di Napoli ha mandato la tassa sui rifiuti rateizzata in tre mesi (settembre, ottobre e novembre) non considerando che per tre mesi gli esercizi commerciali non hanno prodotto spazzatura in quanto sono stati chiusi. Avrebbero potuto applicare almeno uno sconto per andare incontro alle esigenze dei commercianti».

Ora però c’è un’Italia da risollevare. La Confesercenti ha stimato, nei giorni scorsi, in 190mila le attività commerciali chiuse nel secondo lockdown. Ora di cosa c’è bisogno per aiutare i piccoli imprenditori a riprendersi?

«Un passo avanti potrebbe essere la riproposizione del fondo perduto aumentato però del 200 per cento. Ma comunque non sarebbe sufficiente. Bisogna considerare che i negozi di abbigliamento hanno perso tutta quella che è la stagione estiva di vendita, quella invernale e si trovano a dover pagare tutta la merce che però è rimasta invenduta».

Un’emergenza però che non è destinata a fine a breve. «Bisognerebbe affrontarla in maniera più seria, dal punto di vista politico. Assistiamo a un teatrino sterile da parte delle forze politiche che governano gli enti di questa nazione. Le decisioni, a tutti i livelli dal governo alle istituzioni locali, vengono prese solo per farsi un dispetto l’uno con l’altro. Si dice che ci vuole la zona rossa, poi il governo fa la zona rossa e viene detto che questa non serve più. Il sindaco qualsiasi cosa dica il governatore non va bene e si fa il contrario. Ci vorrebbe una serietà istituzionale da parte delle forze di maggioranza dei tre enti governativi».

E l’opposizione? «Si è messa più volte a disposizione per dare un serio contributo ma la volontà di cooperazione non è mai stata recepita e ora ci ritroviamo con un governo che spende frotte di soldi senza raggiungere gli obiettivi che realmente servono».

«Una Regione che fa proclami ma che ci ha fatto ritrovare nella seconda ondata molto impreparati con addirittura ospedali covid pronti in prefabbricati spendendo 70 milioni di euro ma in parte ancora chiusi. Il sindaco in una situazione pericolosa che si è accorto di non avere più possibilità politica di governare, non avendo la maggioranza, e che si limita ad apparizioni tv e proclami inutili in quanto fino ad ora non ha messo in campo una sola azione concreta».

 

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