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Recovery Fund? Ci vediamo il prossimo anno. Niente risorse per il 2020, tutto rimandato al 2021

Keep calm ci vediamo l’anno prossimo. Firmato l’Unione europea. E’ questo lo scenario che si sta delineando intorno al Recovery Plan, cioè quei 209 miliardi di euro che l’Italia si è vista riconoscere dall’Ue a fronte della crisi economica prodotta dal Covid-19.

Altro che risorse subito a bilancio, l’ipotesi più realistica è che se ne parli, sempre che tutto vada per il verso giusto, a ridosso dell’estate del 2021. Ed è legittimo chiedersi che faranno le famiglie, le tantissime imprese appese a queste risorse tanto promesse dal governo? Appunto, Keep calm. Cioè rimanete tranquilli e aspettate.

E’ chiaro che la nostra è una provocazione, perché di sopportazione le famiglie e le imprese (per la verità queste un po’ meno a leggere le parole del capo degli industriali Bonomi) ne hanno avuta davvero tanta. A fronte delle tantissime promesse del premier Giuseppe Conte, che fino a qualche settimana fa raccontava della possibilità di un anticipo di 20 miliardi di euro. Soldi che difficilmente vedremo, a patto di non usare il Mes.

Un sospetto, quello del ricorso al Mes perché le uniche risorse immediatamente disponibili, che molti iniziano a coltivare sia all’interno della maggioranza, del governo e sia della stessa opposizione. Ancora ieri sera Luigi Di Maio ha tenuto a ribadire che «la posizione del M5s è ben nota, non c’è nessuna apertura sul tema del Mes».

Conte: «Sul Mes valuteremo assieme e proporrò soluzione al Parlamento»

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Questo per rispondere al premier Conte che poco prima alla Festa dell’Unità di Modena aveva spiegato che se sarà necessario ricorrere al Mes «lo valuteremo assieme e proporrò una soluzione al Parlamento. Esamineremo nel dibattito parlamentare, in massima trasparenza, i regolamenti legati al Mes».

Oggi riunione del Ciae sulle linee guida del Recovery Plan

Botta e risposta che dà il senso della confusione e dello sbandamento della maggioranza e del governo sul Recovery Plan e soprattutto a poche ore dalla riunione del Ciae, il Comitato Interministeriale per gli Affari Esteri, a cui Conte ha delegato la delicata questione di predisporre le linee guida che dovranno essere consegnate all’Unione europea entro il 15 ottobre.

Comitato che ha di fatto soppiantato l’ipotesi iniziale di una Commissione bicamerale parlamentare per gestire l’intera vicenda. Nuovamente, come accaduto nel periodo più nero della pandemia, il rischio è che il Parlamento sia tenuto in disparte e coinvolto soltanto a cose fatte. E tutto questo al di là delle promesse di Conte e dei suoi ministri di coinvolgere Camera e Senato.

Pd Senato: «Il Recovery fund va parlamentarizzato».

Timori che si materializzano dietro le dichiarazioni di ieri di alcuni senatori del Pd i quali ripetevano che «il Recovery fund va parlamentarizzato. Vanno individuate modalità non di rito, ma di sostanza perché questo gran risultato ottenuto in Europa non può essere definito solo dal governo. E’ necessario un confronto anche sulle linee di indirizzo».

E lo stesso capogruppo Andrea Marcucci al termine di un incontro con il ministro Amendola ha voluto rassicurare tutti: «Incontro positivo oggi con il ministro Amendola. Interlocuzione con il governo sul Recovery Fund è avviata, l’esigenza di coinvolgere il Parlamento è condivisa».

Parole che non fugano i dubbi, visto che il 15 ottobre è vicino. E le parole, sempre di ieri sera da Modena, del premier Conte confermano questi timori: «Stiamo lavorando per presentare un piano completo entro il 15 ottobre di quest’anno, linee guida e obiettivi strategici. Versione definitiva già dai primi mesi del 2021, questi i tempi ma non li decidiamo noi». Dove possa collocarsi l’interlocuzione con il Parlamento resta un mistero. E questo anche perché le linee guida sarebbero state individuate: Digitalizzazione, Transizione green, Infrastrutture, Istruzione e formazione, inclusione sociale e salute.

Enzo Amendola
Enzo Amendola

Elementi che portano a concludere che il passaggio parlamentare sarà una formalità o comunque avverrà a cose fatte e decise. Anche se su questo punto il clima nel governo non sembra dei migliori. Infatti, l’unica certezza per il momento è la riunione di oggi a Palazzo Chigi diretta dal ministro per le Politiche Comunitarie, Vincenzo Amendola. Le idee, al di là degli annunci, sembrano poco chiare e la confusione domina sovrana. Di certo il governo si è limitato a raccogliere i vari progetti presentati dai singoli ministeri. Si raccontano che siano stati raschiati i classici bidoni, recuperando progetti, idee e programmi.

Finora raccolti quasi 600 progetti ma manca una visione d’insieme

Oltre 600 progetti si parla, ma molti doppioni o impresentabili perché all’Unione europea quello che interessa non sono le singole idee ma piuttosto le riforme, i grandi progetti di intervento per migliorare il Paese. Ecco perché si parla di burocrazia, di riduzione dei tempi della giustizia, tutti temi che pesano come un macigno sulle prospettive di investimenti e quindi di crescita dell’economia nazionale.

Non è un caso che quando si parlò di riduzione delle tasse da Bruxelles arrivò un’immediata levata di scudi, proprio perché i 209 miliardi dovranno essere investiti non tanto sulla spesa corrente ma su quella per investimenti.

A complicare tutto, come ha raccontato ieri La Repubblica, sarebbero le divisioni che avrebbero fatto slittare il tutto a gennaio. In particolare, tra Ministero dell’Economia e delle Politiche Comunitarie non si sarebbe trovata una sintesi e i singoli dicasteri sarebbero andati avanti per conto proprio rivendicando spazio per i propri progetti.

Notizie smentite dal ministro Amendola il quale ha tenuto a precisare che «non ci sono né ritardi né divisioni nel lavoro preparatorio dell’esecutivo. Sono notizie infondate. Il governo segue la procedura predisposta dalla Commissione, identica per tutti gli stati membri, e i ministeri hanno finora lavorato in sintonia per raggiungere insieme l’obiettivo comune di un’Italia più equa ed efficiente, consapevoli dell’occasione unica di rilancio fornita dall’Europa».

Amendola: «Recovery Plan sarà presentato fra gennaio e aprile 2021»

Procedura dell’Ue che come ha spiegato Amendola parte con le «consultazioni informali di ogni paese europeo con Bruxelles che si apriranno il 15 ottobre. Come da cronoprogramma della Commissione, il Recovery Plan sarà presentato fra gennaio e aprile 2021 perché questo è il calendario stabilito dall’Europa per tutti i 27 stati membri». Viene da chiedersi come mai fino a poco tempo fa il premier Conte insistesse nel dire che i soldi sarebbero arrivati già nel 2020, se il programma era stato deciso da tempo dalla Commissione Ue.

Dombrovskis: «I piani dei singoli Stati saranno sottoposti alla Commissione Ue che li verificherà»

Valdis Dombrovskis
Valdis Dombrovskis

E come se non bastasse l’Unione europea verificherà da vicino l’utilizzo dei fondi del Recovery Fund. Lo ha confermato ieri il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, nominato anche commissario al Commercio che ha spiegato che nell’ambito dei fondi approvati tramite il Recovery Fund, gli Stati membri devono garantire un’agenda «di riforme e investimenti per i prossimi quattro anni» e «sottoporre i loro piani alla Commissione europea» che dovrà verificare che i progetti nazionali siano in linea «con il comune interesse europeo». Insomma, investimenti e progetti che «si adattino alle priorità europee, come stabilito nel semestre europeo».

Dichiarazioni che rilasciano un quadro chiarissimo della situazione e in parte anche prevedibile, visto che sarebbe stato alquanto assurdo che i famosi Paesi frugali concedessero soldi a pioggia agli altri Paesi dell’Ue.
E dopo tutto questo gli italiani dovrebbero tenere fede ancora al ‘keep calm’?

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