La Giustizia giusta che diventa ingiusta. Il caso Palamara

Uno dei problemi, forse il più grande, che ha ossessionato Sergio Mattarella nel corso del suo mandato presidenziale è stato il Consiglio superiore della magistratura. In un paese democratico una ‘Giustizia giusta’ è alla base del vivere civile, della democrazia. Ogni cittadino è ‘uguale’ difronte alla legge. Un leitmotiv che ci ha accompagnato per tutta la vita. E in cui abbiamo creduto. Certo, abbiamo anche immaginato che qualche eccezione, come in tutte le cose, ci poteva pur essere. Ma, in generale, l’uguaglianza difronte alla legge, l’indipendenza della magistratura, erano principi solidi che non potevano venir meno.

Le intercettazioni fatte al magistrato Luca Palamara ci hanno svelato un mondo inimmaginabile, incredibile. Un sistema di potere consolidato, nelle mani di pochi magistrati che potevano fare, come hanno fatto, il «bello e il cattivo tempo».

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No, i costituenti quando ponderarono che la magistratura doveva essere indipendente da tutto e da tutti nemmeno lontanamente avrebbero immaginato quello che poi si è verificato.

I dubbi, a leggere certe notizie, sono tanti. Ma com’è possibile che donne e uomini ogni giorno impegnati a ‘giudicare’ con «scienza, coscienza e volontà» si siano arresi difronte a pochi delinquenti che a loro piacimento facevano – e con molta probabilità ancora fanno – ‘il bello ed il cattivo tempo?’ Che cos’è che non ha funzionato?

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Secondo uno studio condotto da Euromedia Research di Alessandra Ghisleri, l’indice di fiducia nella magistratura è crollato di 12,3 punti ed è sceso fino al 26,4%: in pratica oltre 7 italiani su 10 non credono più all’imparzialità e al funzionamento dell’ordine giudiziario, sconvolto dai traffici sulle nomine e dallo scandalo Palamara.

Anche se di striscio, come si suole dire, Luca Palamara si è occupato del sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Nel 2010 venne chiamato ad indagare su alcune dichiarazioni rilasciate da Steve Pieczenick, l’uomo che nel 1978 fu spedito dal governo americano a Roma per seguire sul posto gli sviluppi del caso Moro e la trattativa con le Brigate Rosse.

Pieczenick dichiarò, senza mezzi termini, che Moro venne «volutamente» abbandonato al suo destino per la paura di quanto avrebbe potuto rivelare durante il sequestro. Pieczenick disse al giornalista francese Emmanuel Amara: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. Mai l’espressione ‘ragion di Stato’ ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia».

Ma quelle dichiarazioni non furono ribadite in sede giudiziaria. Come mai? Perché? Eppure, erano affermazioni esplosive che davano alla vicenda drammatica dell’uccisione dell’on. Moro un significato completamente diverso da quello fino ad allora considerato.

Nel 2008 Luca Palamara era stato invitato negli studi di Sky per fare da avvocato difensore dei suoi colleghi che avevano messo sotto inchiesta l’allora ministro Clemente Mastella, provocandone le dimissioni e la conseguente caduta del governo Prodi-bis. In diretta televisiva arrivò la telefonata dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che si scagliò contro Palamara facendo le seguenti, certo non simpatiche né leggere, dichiarazioni: «Hai la faccia di un tonno» disse il picconatore, per poi aggiungere: «l’Anm è una associazione a delinquere di stampo mafioso».

Affermazioni di una gravità assoluta che oggi, a distanza di tanti anni, assumono una valenza diversa. Non sono più le dichiarazioni di un ‘picconatore’ ad oltranza ma di un ex presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura che certe situazioni le conosceva, non per sentito dire, ma dall’interno.

Qualche tempo fa ebbi la ventura, insieme ad un mio collega, di incontrarmi a Palazzo dei Marescialli, sede del C.S.M., con il vice presidente del C.S.M. dell’epoca. La stanza del numero uno dei magistrati italiani era molto ben arredata. La cosa strana, per me, erano le note di Mozart, ad alto volume, che riempivano la stanza. Era un sistema, come mi confermò il mio collega, ‘anti intercettazioni’. Cosa per me incredibile!

Per Paolo Mieli, al punto in cui siamo arrivati, c’è solo un modo per un cambiamento virtuoso della giustizia italiana: «Si avrà solo quando un magistrato darà battaglia al sistema degenerato alle correnti. A testa alta, mentre è ancora in servizio. Mettendo nel conto che subirà l’ostracismo dei colleghi. Tutti. O quasi». 

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