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Al Sud mancano punti di riferimento e disegno complessivo di sviluppo

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Intervenendo nel corso del convegno “La questione meridionale nella visione del riassetto del territorio”, il presidente degli ingegneri di Napoli, già assessore regionale della giunta Caldoro, Edoardo Cosenza, ha sottolineato come il Mezzogiorno, manchi totalmente «di una visione complessiva delle realtà territoriali. Il che non gli consente di crescere». Verissimo. Purtroppo, il Sud manca dei necessari punti di riferimento, ed è condizionato, nelle sue scelte, da una politica regionale, localistica ed egoistica, incapace di trasformare le opportunità in occasioni di sviluppo, poiché privo dei grandi ed indispensabili interventi intersettoriali ed interregionali strategici.

Cambiare è ancora possibile, ma bisogna fare presto.
Prima che sia troppo tardi

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Sicché oggi, cosa di cui personalmente sono convinto da tempo immemorabile: se davvero si vuole aiutare il Mezzogiorno ad uscire dal ‘cul de sac’ in cui si trova ristretto, piuttosto che continuare a raccontarne le arretratezze, che sono note a tutti e sono tante, continuando a chiedere un po’ di elemosina ad uno Stato che, per il Sud, non c’è, bisognerebbe far capire che questa area, pur con tutti i suoi problemi e le difficoltà resta, checché se ne dica (o meglio, se ne taccia), un’area dalle grandi potenzialità e può diventare il motore del Paese, indispensabile a far ripartire anche le regioni del Nord, che nel frattempo hanno continuato a perdere terreno nei confronti del resto d’Europa ed arretrare nelle classifiche di crescita fra le regioni continentali.

Oltretutto, alla luce dei risultati conseguiti nel passato, ormai dovrebbe essere chiaro che continuare ad offrire la solita, ripetitiva fotografia di un Sud allo sbando, in condizioni addirittura peggiori della Grecia, a rischio desertificazione industriale, prossimo alla bancarotta ed, ormai, in marcia verso un avvenire di sottosviluppo permanente, serve soltanto a riempire paginate di giornale di cui il giorno dopo nessuno si ricorda più.

Tranne che per le polemiche, assolutamente strumentali, che ne scaturiscono. E questo senza dire che tali documenti, tutti incentrati attorno al solo sistema manifatturiero – non tenendo in alcuna considerazione, quel Sud che funziona, esiste e si vede, ovviamente, a patto che lo si voglia vedere, e le potenzialità che oggi – a dispetto di difficoltà, problematicità e criticità – gli consentono di sopravvivere e sulle quali potrebbe far conto per ripartire – sono sempre decisamente parziali e, praticamente, inutili per programmarne lo sviluppo complessivo.

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Non si può, però, non rilevare come questi dati tornino utili soprattutto a qualche commentatore meridionale per inviare una sorta di preavviso di sventura a quanti, per altro, sempre più numerosi, da qualche tempo a questa parte, hanno cominciato a rivendicare autodeterminazione ed autonomia decisionale per il Meridione, sentenziando che «se il Mezzogiorno fosse stata una nazione autonoma la sua sorte sarebbe stata di fatto già segnata».

I meridionali capiscano che hanno fra le mani un tesoro.
Anche se svalutato

Ma diciamocela tutta, la crescita del territorio al di sotto del Garigliano non è solo una questione di quantità di fondi da spendere – per altro, in maniera soltanto virtuale -, bensì di se e come vengono effettivamente spesi e che, se davvero si vuole invertire la rotta, è necessario far si che il vento si alzi e cominci finalmente a gonfiare le vele del Mezzogiorno. E perché questo avvenga è necessario, innanzitutto, un progetto complessivo di sviluppo dell’area che stabilisca quello che si vuole che il Sud sia: un’area a vocazione turistica, piuttosto che industriale o agricola o, magari, per i servizi; un mercato di scambio o una piattaforma logistica per il Mediterraneo. Non uno però, dei soliti piani fumosi, che ogni tanto piovono – anzi, meglio, sgocciolano – dall’alto e scritti, nelle austere stanze ministeriali da gente che conosce il Mezzogiorno, peggio di come il sottoscritto parla il cinese, ma da chi quest’area la vive quotidianamente e, quindi, ha la consapevolezza effettiva, oltre che dei suoi ritardi, anche delle sue potenzialità.

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Solo quando si saprà cosa fare di questo territorio, sarà possibile stabilire anche come farlo, le infrastrutture che occorrono, le priorità operative e le strategie da seguire, perché lo divenga. E’ chiaro, infatti, che se la scelta dovesse cadere su di un Mezzogiorno turistico, bisognerebbe, tanto per fare solo un esempio, adoperarsi affinché, i “Sassi di Matera” possano essere raggiungibili anche con il treno, possibilità oggi preclusa, visto che la seconda città lucana – ancora oggi – è l’unico capoluogo di provincia italiano a non essere raggiunto dalle Ferrovie dello Stato e, poi, migliorare i collegamenti su ferro nord-sud, rilanciando anche il sistema ferroviario siciliano, tuttora per l’89% a binario unico, di cui il 50% non ancora elettrificato. Ancora, sarà indispensabile anche curare e manutenere nella maniera migliore possibile siti e reperti archeologici, presenti in misura cospicua sul territorio meridionale, onde renderli fruibili ed accoglienti per i visitatori italiani o stranieri. Inoltre, sarà assolutamente necessario provvedere ad una drastica cura ricostituente di un territorio dissestato al massimo grado ed al disinquinamento del mare.

Ovvio, però, che una scelta turistica non significherebbe rinunciare a priori al manifatturiero, il cui valore aggiunto rappresenta una fetta rilevantissima del Pil complessivo dell’area di riferimento, ma anche in termini di produzione dei beni e di innovazione e ricerca. Soprattutto, se ecocompatibile ed in sintonia con le potenzialità del territorio, difendendone le preesistenze industriali e lavorando per renderlo attrattivo agli investimenti produttivi esterni all’area. Notazioni, cui va aggiunto inoltre che qui, diversamente che altrove, è ancora possibile trovare le risorse umane indispensabili e le aree libere da mettere a disposizione delle imprese per consentire la localizzazione degli insediamenti produttivi.

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