Il software grillino diventa meloniano: cronaca di un’accusa surreale

Un caso nato anni fa diventa un’arma contro il governo Meloni

C’era una volta un ministro grillino, oggi però è più comodo parlare di Giorgia Meloni: la memoria corta aiuta a orientare il voto e ad alimentare l’allarme. Così un software informatico installato anni fa diventa improvvisamente il simbolo di un presunto complotto del governo attuale contro la magistratura, anche se i fatti raccontano una storia molto diversa.

Un programma nato prima, ma utile oggi

Il cuore della polemica è l’inchiesta annunciata da Report, che punta i riflettori su un software capace, secondo la trasmissione, di accedere ai file dei circa 40mila computer in dotazione all’amministrazione della giustizia senza lasciare traccia. Una rivelazione che agita opposizioni e toghe e provoca la reazione infastidita del ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervenuto in Parlamento durante la relazione annuale, mentre si discute anche di riforma della Giustizia.

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Il dettaglio che nella ricostruzione politica sembra però evaporare è uno: secondo quanto riportato dall’inchiesta, il programma sarebbe stato installato nel 2019 dai tecnici del dipartimento tecnologico del ministero, quando al governo c’era il Movimento 5 Stelle e il Guardasigilli era Alfonso Bonafede. Una circostanza che rende quantomeno singolare l’attuale chiamata in causa dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che con quell’installazione non avrebbe nulla a che fare.

Accuse, repliche e allarme costruito

Eppure il centrosinistra sceglie un’altra strada. Dalla Camera, la deputata del Partito Democratico Debora Serracchiani parla di «fatto gravissimo» che, se confermato, «smaschererebbe ancora una volta il governo» e dimostrerebbe la volontà di controllare la magistratura. Secondo la dirigente dem, sarebbe addirittura emersa una richiesta di tacere il caso nel 2024, con una violazione di principi costituzionali e di sicurezza nazionale. Da qui l’invito alla premier a presentarsi in Aula a spiegare.

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La risposta del ministro arriva poco dopo al Senato, tra contestazioni e accuse. Nordio definisce «improprio» essere tacciato di aver messo sotto controllo i computer dei magistrati, parla di «gravità inaudita» e avverte che «questa cosa non finirà qui», invitando i senatori dem a non usare argomentazioni che potrebbero avere conseguenze in altre sedi. Parole che spingono Francesco Boccia, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, a replicare chiedendo al ministro di rispondere nel merito senza «intimidire il Parlamento».

Nordio chiarisce poi il senso delle sue affermazioni: «è stato attribuito a me, e a quelli che collaborano con me, un reato. La mia non è una minaccia, si tratta solo di una sollecitazione a non usare espressioni improprie». Nel frattempo interviene anche il segretario generale dell’Anm Rocco Maruotti, che sui social parla di un possibile «pericoloso vulnus dei sistemi informatici ministeriali», auspicando che non sia così e chiedendo chiarezza.

Referendum, riforme e responsabilità rovesciate

Secondo la ricostruzione televisiva, il software potrebbe essere attivato «all’insaputa dei magistrati» da tecnici con permessi di amministratore, mentre lo stesso ministro dell’epoca non ne sarebbe stato a conoscenza. Ma Nordio respinge le accuse e bolla la notizia come una sorta di fake news: il programma, spiega, «non consente sorveglianza dell’attività dei magistrati» e le funzioni di controllo remoto richiederebbero «una richiesta dell’utente e una sua conferma esplicita», rendendo impossibile un utilizzo nascosto. Accusa inoltre il conduttore Sigfrido Ranucci di voler «suscitare allarme sociale per orientare maldestramente l’opinione pubblica».

Il tutto mentre in Aula il clima si surriscalda anche sulla riforma della Giustizia. Il Guardasigilli ribadisce che non è una misura contro la magistratura né contro l’opposizione e ricorda come vi siano stati consensi anche da esponenti lontani dal centrodestra. Cita, a questo proposito, le parole dell’onorevole Bettini sull’Unità: favorevole nel merito, ma pronto a votare contro perché il referendum sarebbe diventato «un voto pro o contro Meloni».

Alla fine le due Camere approvano a maggioranza la risoluzione del centrodestra, che impegna il governo ad adottare gli atti legislativi necessari per dare concreta esecuzione alla riforma costituzionale nei tempi previsti. Resta però il paradosso politico: un software installato sotto un governo grillino, oggi alleato del Pd, trasformato in un’arma di propaganda contro l’esecutivo attuale. Accuse ridicole, utili solo a spostare l’attenzione, alimentare paure e orientare il voto verso il no, mentre le responsabilità vere restano comodamente archiviate nel passato.

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