Palazzo Como e il Museo Filangieri: la rinascita di un gioiello napoletano

Dal Quattrocento a oggi, la storia di un simbolo d’arte e memoria

Napoli è una città che non si stanca mai di mostrare le sue bellezze ed è per questo che in ogni angolo si possono ammirare tutti i suoi tesori. Uno di questi si trova proprio lungo via Duomo e si tratta del Museo civico Gaetano Filangieri, che dal 1888 ha sede nello splendido palazzo Como.

Le origini del Palazzo Como

Palazzo Como (ph. Wikipedia)

Palazzo Como fu costruito nel 1404 per volere di Giovanni Como. Negli anni a venire, molti artisti contribuirono ad esaltarne la bellezza e, nel 1488, Alfonso II donò a Leonardo Como, suo segretario, ulteriori spazi affinché potesse ingrandire l’edificio. Nel corso dello stesso anno furono acquisiti anche gli edifici che occupavano la parte meridionale del complesso, con l’intento di demolirli per aprire la vista verso il mare.

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Trasformazioni e nuovi usi tra XVI e XIX secolo

Quella fase di intensa attività edilizia seguiva un progetto attribuito a Giuliano da Maiano. Nel 1504, accanto al palazzo si insediò una comunità di frati domenicani e, più tardi, nel 1587, l’edificio passò alla vicina chiesa di San Severo al Pendino e fu ristrutturato da Giovan Giacomo Di Conforto, che lo adattò a chiostro per il complesso religioso.

Con la soppressione napoleonica degli ordini monastici, nel 1806 il palazzo cambiò radicalmente: divenne prima una fabbrica di birra gestita dall’imprenditore austriaco Antonio Mennel, poi sede dell’archivio del Regno delle Due Sicilie. Dal 1823 tornò temporaneamente agli ordini religiosi, fino alla nuova espulsione del 1867, quando l’edificio fu destinato a funzioni municipali.

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Il salvataggio di Gaetano Filangieri junior

Tra il 1879 e il 1882 il palazzo rischiò di scomparire poiché i lavori di ampliamento di via Duomo, previsti dal grande piano di risanamento urbano di Napoli, imposero infatti la demolizione di diversi edifici storici.

La proposta suscitò un acceso dibattito, e tra i principali oppositori figurò Gaetano Filangieri junior, principe di Satriano e nipote del celebre giurista, che nel 1883 acquistò personalmente il palazzo per salvarlo. Alla fine, l’edificio non venne distrutto ma spostato indietro di circa venti metri rispetto alla posizione originaria, grazie a un complesso intervento di smontaggio e ricostruzione diretto dagli ingegneri Antonio Francesconi ed Enrico Albarella.

La rinascita del museo

Diversa fu la sorte della chiesa adiacente di San Severo al Pendino, accorciata con la perdita della facciata barocca e di alcune cappelle laterali, mentre la dirimpettaia chiesa di San Giorgio Maggiore vide demolire una delle navate. Durante questi lavori, anche gli interni del palazzo furono rinnovati, assumendo l’aspetto eclettico che conservano ancora oggi. Dopo la ricostruzione, Gaetano Filangieri junior volle dare nuova vita all’edificio, trasformandolo nella sede della propria collezione privata di opere d’arte. Nacque così il Museo Civico Gaetano Filangieri, inaugurato nel 1888 con l’obiettivo di restituire al pubblico un luogo di cultura e memoria.

Dalla guerra alla rinascita contemporanea

Durante la Seconda guerra mondiale il palazzo, chiuso al pubblico, riuscì miracolosamente a scampare ai bombardamenti alleati e riaprì nel 1948. Rimase visitabile fino al 1999, quando fu nuovamente chiuso per un lungo restauro durato tredici anni. Ha riaperto definitivamente le sue porte il 22 luglio 2012, restituendo alla città uno dei suoi simboli più preziosi. Il progetto di ricostruzione del palazzo fu ad opera di tre architetti non napoletani e portò alla realizzazione di un edificio in stile toscano.

Architettura e decorazioni

La facciata si distingue per la sua elegante armonia su tre livelli, mentre il basamento, adattato al naturale pendio della strada grazie a uno zoccolo in muratura, sostiene il pianterreno decorato con bugne rustiche e il piano nobile dalle superfici più levigate. Al centro si trova il portale marmoreo, che conferisce simmetria all’insieme e custodisce ancora l’antico portone ligneo con gli stemmi della famiglia Filangieri.

Ai lati si aprono finestre incorniciate in piperno, poste su altezze differenti, mentre al piano superiore ci sono cinque aperture rettangolari che riprendono la forma della croce guelfa tardogotica. Infine, due scudi marmorei completano la decorazione: quello di sinistra raffigura lo stemma dei Filangieri, quello di destra l’emblema di Alfonso, duca di Calabria.

Gli interni e la Sala Agata

All’interno, lo spazio al pianterreno si apre in un’unica grande sala suddivisa in tre campate; le volte a vela, sorrette da archi in piperno che poggiano su otto pilastri ottagonali addossati alle pareti, creano un effetto di leggerezza e imponenza. Il pavimento in grandi lastre di piperno si armonizza con le volte ornate da mosaici floreali su fondo dorato, tra cui compaiono i nomi di figure illustri della famiglia Filangieri; inoltre, al centro c’è un’aquila araldica che regge lo scudo nobiliare.

Sulla sinistra è presente una scala a chiocciola che conduce al piano nobile, dominato dalla splendida sala Agata, dedicata ad Agata Moncada di Paternò, principessa di Satriano e madre di Gaetano Filangieri junior. La sala è impreziosita da una pavimentazione maiolicata ottocentesca proveniente dal Museo Artistico Industriale di Napoli, fondato dallo stesso Filangieri. L’illuminazione è fornita da un meraviglioso lucernario in ferro e vetro commissionato alla Società di costruzioni metalliche Cottrau.

Le opere e la biblioteca dei Filangieri

La galleria contiene opere pittoriche, dal XVI al XIX secolo, di grandi artisti italiani e stranieri, tra cui si annoverano Heckart, Fuger, Luca Giordano, Solimena, Andrea Vaccaro e Jusepe de Ribera. In fondo alla sala, una rampa lignea intarsiata conduce a un passaggio sospeso che dà accesso alla storica biblioteca privata, arredata con eleganti mobili in noce. La biblioteca, dotata di circa ottomila volumi, contiene tutta l’eredità intellettuale dei Filangieri. I suoi spazi sono riempiti anche da cimeli di famiglia e busti finemente scolpiti della famiglia Filangieri, opere degli artisti Tito Angelini e Nicola Renda.

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