Cassazione, nessun legame tra Berlusconi e Cosa nostra: cade il teorema dei pm

Gli ermellini respingono il ricorso contro Dell’Utri

La lunga vicenda giudiziaria che per decenni ha tentato di legare Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri a Cosa nostra si chiude con un verdetto netto: nessun legame, nessun riciclaggio, nessuna prova. Lo conferma la Cassazione, come raccontato da Stefano Zurlo su «il Giornale», mettendo la parola fine a uno dei teoremi più suggestivi e inconsistenti della storia giudiziaria italiana.

La decisione della Suprema Corte

La notizia, anticipata dal Foglio, riguarda il rigetto del ricorso presentato dalla Procura generale di Palermo. I magistrati chiedevano la sorveglianza speciale per l’ex senatore Dell’Utri e la confisca dei suoi beni, nonché di quelli dei familiari. La Suprema Corte ha detto no, confermando in pieno la decisione della Corte d’appello di Palermo. In quella sentenza, i giudici avevano scritto senza esitazioni: «Non è risultata a oggi mai processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa nostra nelle imprese berlusconiane». Né in passato, né in seguito.

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Tajani: “Si cancellano anni di menzogne”

La decisione della Cassazione chiude definitivamente la partita. «Oggi – ha commentato il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani – si cancellano anni di menzogne e calunnie, mettiamo la parola fine a una storia vergognosa e rendiamo giustizia alla memoria di un grande italiano». Sulla stessa linea Maurizio Gasparri, presidente dei senatori azzurri: «Si tratta di una pronuncia che conferma ciò che abbiamo sempre sostenuto e ribadito, dentro e fuori il Parlamento».

Un verdetto che spazza via decenni di sospetti

Il risultato, scrive Zurlo, per usare una metafora calcistica, è un tre a zero per la difesa: tribunale, Corte d’appello e Cassazione. Tuttavia, le accuse di finanziamenti mafiosi hanno alimentato per anni inchieste, libri, film, documentari e dibattiti politici. Secondo la narrazione giudiziaria, il successo imprenditoriale e politico di Berlusconi sarebbe stato sostenuto dai capitali dei boss. Ma dopo anni di indagini, nessuna prova è mai emersa. Anzi, il quadro si è completamente ribaltato.

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L’amicizia fra Berlusconi e Dell’Utri

Crolla anche l’ipotesi secondo cui Berlusconi avrebbe pagato a caro prezzo il silenzio di Dell’Utri. Il Tribunale di Palermo, già in primo grado, aveva escluso qualunque forma di ricatto. «Tale conclusione, oltre che estremamente semplicistica e indimostrata, si scontra con la successiva evoluzione dei rapporti fra i due e con il più volte rinnovato senso di amicizia e riconoscenza mostrata da Berlusconi nei confronti di Dell’Utri e posto alla base degli ingenti flussi in suo favore», avevano scritto i giudici. In sostanza, quei bonifici milionari che molti avevano interpretato come prove di un ricatto sono stati inquadrati dai magistrati come gesti di amicizia.

Le altre vicende giudiziarie ancora aperte

Resta, nel mosaico giudiziario, la condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa inflitta a Dell’Utri. Ma oltre quella sentenza non c’è nulla. Il tentativo della Procura di applicargli una misura di prevenzione – considerata una sorta di marchio infamante – è stato respinto. Per quanto riguarda Berlusconi, la Cassazione spazza via ogni accusa di complicità o riciclaggio. Nulla rimane delle teorie secondo cui l’ex premier sarebbe stato una “lavanderia” dei soldi della mafia.

Le inchieste ancora pendenti

Sul piano giudiziario, sopravvivono solo alcuni filoni d’indagine. A Firenze è ancora aperto un procedimento, avviato nel lontano 1998, che ipotizza Berlusconi e Dell’Utri come mandanti esterni delle stragi del 1993-94. A Caltanissetta, invece, resta un’inchiesta su Dell’Utri per la strage di via D’Amelio, fondata su un movente considerato del tutto privo di logica: un’intervista di Paolo Borsellino a una tv francese in cui si citavano i nomi di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano. Una pista definita da molti come una vera e propria fiction giudiziaria.

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