Il re lazzarone: perché Ferdinando IV di Borbone era chiamato così

Una figura complessa e carismatica della storia del Sud Italia

Ferdinando IV di Borbone è una figura complessa e controversa della storia del Sud Italia: salito al trono di Napoli già da bambino e poi divenuto re delle Due Sicilie, è rimasto celebre per il suo soprannome di re lazzarone. In questo articolo cercheremo di capire non solo le cause storiche di quel nomignolo, ma anche quale immagine del sovrano.

L’origine del soprannome “re lazzarone”

Il titolo “re lazzarone” appare nelle fonti come uno degli appellativi più duraturi usati per Ferdinando IV di Borbone. Ma da dove nasce? Il termine lazzarone (o lazzaro) in contesti napoletani antichi designava spesso un popolano, qualcuno di strada, in una visione popolare della “gente dei quartieri poveri”.

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Secondo una ricostruzione storica, il soprannome fu attribuito perché Ferdinando assunse abitudini e toni più “popolari” rispetto allo stereotipo nobiliare: parlava dialetto napoletano, si mostrava disinvolto con il popolo, e si prestava ad aneddoti scherzosi che lo avvicinavano alla gente comune.

Un altro elemento che contribuì all’uso del termine è la partecipazione attiva, almeno simbolica, che le classi popolari napoletane (i cosiddetti lazzaroni) ebbero in certi momenti di crisi politica, in particolare durante la repubblica napoletana del 1799: quei popolani si schierarono in gran parte con la monarchia contro i giacobini, e pertanto il re venne anche associato a loro come “protettore” o “re dei lazzaroni”. In sintesi: il soprannome “re lazzarone” è un miscuglio di percezione popolare, linguaggio, atteggiamenti reali o presunti, e simbolismo politico-sociale.

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Aneddoti e racconti che alimentano il mito

La fama del re lazzarone è alimentata non soltanto dai fatti politici, ma da una ricca aneddotica che mescola storie leggendarie e testimonianze contemporanee.

Incursioni in borghese

Si narra che Ferdinando amasse aggirarsi, di notte o all’imbrunire, nei quartieri popolari di Napoli travestito da persona modesta. In queste “uscite clandestine” pare accompagnasse persone semplici, talvolta prendendo in giro passanti o rivolgendosi a loro in modo scherzoso. In un episodio famoso, mentre derideva un soldato di guardia, questi avrebbe puntato il fucile contro di lui finché un accompagnatore non intervenne dicendo che era il re; il soldato rispose con una battuta pungente: “I re non fanno simili porcherie!”

Il pasto con i pastori

Un’altra storia racconta che durante una battuta di caccia, Ferdinando incontrò tre pastori che stavano facendo la ricotta. Il re chiese pane, tolse la mollica, usò la crosta come “scodella”, versò sopra la ricotta e mangiò con le mani, rifiutando le posate. Al termine, regalò le posate inutilizzate ai pastori, pronunciando una frase dialettale che si traduce grosso modo così: “Chi non mangia col proprio cucchiaio, lasci il resto al pastore”. Questo racconto alimenta l’idea di un monarca che non solo si “fingesse” tra la gente comune ma che volesse davvero mostrare vicinanza, almeno in superfice, al popolo.

Altri episodi e critica contemporanea

Nei circoli nobiliari e fra gli intellettuali, l’appellativo “re lazzarone” era usato in tono critico o sarcastico per rimarcare la presunta rozzezza, la mancanza di stile regale, la volgarità. Alcuni ritenevano che tali comportamenti fossero studiati per accattivarsi le simpatie popolari o per nascondere debolezze politiche.

In definitiva, questi racconti (che vanno presi con cautela) hanno contribuito a costruire un’immagine mitica: non solo Ferdinando di Borbone era chiamato “re lazzarone”, ma quel titolo gli conferiva un’aura di re popolare, quasi “anti-corte”, che sopravvive nel folklore storico.

Il re lazzarone tra mito e realtà politica

Dietro al mito del re lazzarone c’è, però, un sovrano con un regno complesso, segnato da riforme, crisi e contraddizioni. Occorre distinguere l’uomo pubblico dalla leggenda popolare.

Un regno lungo, scelte ambivalenti

Ferdinando salì al trono di Napoli a soli otto anni, sotto tutela e reggenza dei ministri. Nel corso del suo lungo regno, che durò circa 65 anni se si considera l’intervallo complessivo tra Napoli e le Due Sicilie, visse momenti di apertura riformista (influenzato dal dispotismo illuminato) e momenti di reazione, soprattutto in risposta alle rivoluzioni e alle invasioni napoleoniche. In alcuni periodi appoggiò misure riformiste (soprattutto all’inizio), mentre in altri cadde in immobilismo o condusse politiche conservatrici e autoritarie.

Il rapporto col popolo

L’immagine del re popolare e “vicino alla gente” non deve essere sopravvalutata: gli aneddoti possono avere una base reale, ma sono spesso esagerati nella tradizione orale e nella storiografia posteriore. Il comportamento di Ferdinando verso il popolo fu mediato da consiglieri, interessi di corte e strategie politiche.

Tuttavia, è vero che egli mostrava una familiarità con il dialetto napoletano e con usi popolareschi, che erano insoliti per un re. Inoltre, alcune sue scelte, come il mantenimento di elementi culturali locali, il protezionismo economico per le classi produttive del Sud o l’interesse per lavori pubblici, possono essere interpretate come gesti volti a rafforzare il radicamento del potere nel territorio.

Il peso del mito nella memoria storica

Il soprannome re lazzarone ha lasciato un’impronta duratura nella memoria collettiva del Sud Italia. Equivoci, miti e stereotipi si sono mescolati: da una parte il re è ricordato come rozzo, poco regale, bonario, dall’altra come sovrano capace di rapportarsi al popolo, anche simbolicamente.

La storiografia moderna cerca di smontare i cliché. Alcuni studiosi insistono sul fatto che la leggenda del re lazzarone oscura scelte strategiche, delicate mediazioni diplomatiche, tensioni interne al regno e tentativi (talvolta falliti) di modernizzazione.

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