Ue, la Von der Leyen lancia «Rearm Europe»: in Italia coalizioni divise

Un piano della Comissione da 800 miliardi di euro

Divide gli schieramenti, e crea qualche dubbio anche all’interno dei singoli partiti: il piano di riarmo dell’Europa da 800 miliardi annunciato da Ursula von der Leyen scuote la politica italiana e crea una grana in più nella maggioranza con Matteo Salvini che boccia l’idea di fare debito per le armi che è invece promossa da Fdi («abbiamo sempre chiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia») mentre Antonio Tajani difende la presidente della Commissione, presa di mira dagli alleati leghisti.

Tutte questioni che, probabilmente, i due vicepremier hanno affrontato anche con Giorgia Meloni, in un vertice serale che Palazzo Chigi inquadra in preparazione del Consiglio straordinario proprio su difesa e Ucraina convocato da Antonio Costa per giovedì. La premier avrà illustrato ai suoi vice l’andamento dei colloqui di Londra e spiegato la postura che Roma terrà a Bruxelles.

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Il piano ‘Rearm Europe’ – che per Tajani farà fare «concreti passi in avanti per costruire una indispensabile difesa europea» ed era «il grande sogno di De Gasperi e Berlusconi» – risponde in buona parte alle richieste italiane di avere margini sui conti pubblici per aumentare le spese per la difesa, un’esigenza per cercare di centrare i target degli impegni Nato.

Certo bisognerà vedere i dettagli, spiegano i meloniani, sul fronte degli investimenti comuni per evitare «sbilanciamenti» verso il semplice acquisto di armamenti che potrebbe favorire maggiormente alcuni Paesi europei (come la Francia). Non dividere l’Occidente, cercare la via per una pace giusta niente invii di truppe italiane, non oggi e non senza cornice atlantica o di un intervento Onu, la sintesi delle posizioni che Meloni ha ripetuto anche agli alleati italiani, dopo averle puntualizzate coi colleghi europei domenica.

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I distinguo della Lega

Tutte questioni su cui, finora, si è registrato l’accento parecchio diverso della Lega, con un trumpismo spinto di Salvini che anche ha ribadito le chance italiane di un dialogo «B to B con gli Stati Uniti di Trump», visti «l’empatia e il canale diretto» che ci sono tra Roma e Washington. Ma dalla Lega assicurano che, anche al vertice a tre, non si è registrata alcuna tensione, anche perché la riunione serviva per fare un punto e non a prendere decisioni definitive.

«È nostro interesse spendere 800 miliardi (nostri) per comprare armi mentre la stessa Ue non ci permette di spendere pochi miliardi (nostri) per costruire scuole e ospedali?», ha continuato però a dire per tutto il giorno anche sui social il leader della Lega, che sabato e domenica animerà gazebo in tutta Italia per la pace fiscale ma anche per la pace in Ucraina, e di fatto sembra bocciare il piano di Ursula tanto quanto mezza opposizione, anche se ponendo l’accento su questioni diverse.

L’opposizione

Quella di Ursula von der Leyen «non è la strada giusta» fa sapere infatti Elly Schlein dopo che dal Pd per voce di Andrea Orlando era arrivato il primo no al piano perché «quella non è la Ue che vorremmo». Per i Dem quello che serve è una «difesa comune» non una corsa al «riarmo nazionale» che si potrà aprire con l’indicazione di «una serie di strumenti che agevolerebbero la spesa nazionale ma senza porre condizioni sui progetti comuni».

Anche per l’area di base riformista, che riconosce la necessità «ineludibile di una crescita della difesa europea» il piano ha bisogno «di modifiche» perché «c’è poco coraggio» in direzione di un vero piano comune, come sottolinea il presidente del Copasir Lorenzo Guerini secondo il quale è pure «sbagliato l’utilizzo dei fondi di coesione» (un punto su cui l’Italia, spiegano dalla maggioranza, si è spesa per evitare che si fissasse una percentuale obbligatoria, lasciando invece l’opzione ai singoli stati che Roma, viene puntualizzato, non intende utilizzare).

Un secco ‘no’ arriva anche da Giuseppe Conte che parla di «furia bellicista» della presidente della Commissione e non schiererà il Movimento 5 stelle nella piazza del 15 marzo, perché «siamo per una Europa più verde e solidale», non «verde militare».

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