L’ex editore: la bomba fu un’idea di Gomes Tavare
Dal rapporto «di profonda amicizia con Sigfrido Ranucci» alla speranza «di potersi riabilitare» e ottenere «un riscatto sociale». Valter Lavitola ha affidato a una dichiarazione letta davanti al Riesame la propria versione dei fatti e la richiesta di ottenere i domiciliari.
Il punto centrale della sua linea difensiva resta però l’origine dell’attentato del 16 ottobre 2025. Lavitola esclude che dietro l’azione ci fosse un progetto politico e sostiene di essersi mosso perché convinto che Ranucci fosse in pericolo. «Ma dietro l’attentato non c’è alcun movente politico», ha ribadito. Secondo il suo racconto, le informazioni di cui disponeva lo avrebbero spinto a intervenire per tutelare il giornalista: «Io ho dato un mandato in bianco. Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie».
A sostegno di questa ricostruzione, l’ex editore ha ricordato anche ciò che sarebbe accaduto dopo l’esplosione. «C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata».
La versione sulla bomba e il ruolo di Gomes Tavare
Nel racconto fornito ai giudici cambia invece il passaggio relativo alle modalità dell’azione. La richiesta di un gesto dimostrativo con colpi esplosi verso la villetta di Pomezia non compare più nei termini precedenti e Lavitola concentra l’attenzione sulla scelta dell’esplosivo, attribuita a Gomes Tavare.
«L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes Tavare rispetto alla quale mi assumo tutta la responsabilità», ha dichiarato. Poi ha precisato: «Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo senza dirmi che sarebbe stata una bomba. Io avevo dato un mandato specificando che non doveva fare male a nessuno».
Lavitola ha parlato anche del rapporto personale con Ranucci. L’ex editore ha spiegato che la frequentazione con l’allora conduttore di Report avrebbe potuto offrirgli anche una prospettiva di rilancio personale. Un’eventuale «discesa in campo» del giornalista Rai avrebbe potuto aprirgli uno spazio come spin doctor, una sorta di «consigliori». Lavitola aveva già riferito di avere affrontato con Ranucci l’ipotesi di un progetto politico, al quale però il giornalista «non era interessato».
La richiesta dei domiciliari e la strategia della difesa
Sul piano cautelare, Lavitola punta a lasciare il carcere di Rebibbia, dove è detenuto dal 10 agosto dopo avere confessato di essere il mandante dell’attentato. Comparso in videocollegamento e apparso in buone condizioni di salute, ha chiesto di essere trasferito ai domiciliari a Noepoli, in provincia di Potenza, il comune dove ha trascorso l’infanzia. Secondo i suoi difensori, lì «non esiste una rete di conoscenze» e non ci sarebbero «possibili vie di fuga».
La difesa ha inoltre depositato una memoria di 72 pagine per chiedere l’esclusione dell’aggravante del metodo mafioso. Qualora i giudici dovessero confermarla, i legali chiedono che il procedimento venga trasferito alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, sulla base del fatto che la banda avrebbe reperito in Campania la gelatina da cava utilizzata poi a Pomezia. Il Riesame si è riservato di decidere nei prossimi giorni.
L’inchiesta, intanto, resta aperta anche ad altri possibili passaggi istruttori. Ranucci potrebbe essere convocato come testimone per riferire sugli sviluppi del procedimento. Nessuna richiesta di audizione, invece, sarebbe finora arrivata da Natàlia Potenza, ex compagna di Lavitola, che si è detta pronta a raccontare agli inquirenti quanto a sua conoscenza. La donna avrebbe deciso di interrompere la relazione dopo l’emersione dagli atti di un rapporto tra Lavitola e un’estetista brasiliana con cui l’ex editore avrebbe avuto da tempo una relazione.




