Uccise due rapinatori: condannato a “morire in carcere” e a “impoverire la sua famiglia”

Quattordici anni e nove mesi a un uomo di 72 anni

Il 28 aprile 2021 tre uomini entrarono nella gioielleria di Mario Roggero, a Grinzane Cavour (Cuneo), e minacciarono lui, sua moglie e sua figlia con una pistola risultata poi giocattolo e con un coltello. Quando i rapinatori uscirono dal negozio, Roggero li inseguì e sparò: Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli morirono, Alessandro Modica rimase ferito. Secondo i giudici, nel momento in cui furono esplosi i colpi il pericolo non era più attuale: per questo non è stata riconosciuta la legittima difesa. La condanna definitiva è di 14 anni e 9 mesi per due omicidi volontari, il tentato omicidio del terzo rapinatore e il porto illegale dell’arma.

Sul piano economico, Roggero aveva già versato 300.000 euro; a questi si sono aggiunti 480.000 euro di provvisionali, divenuti definitivi con la sentenza penale. Il totale sale così a 780.000 euro, cifra che potrà ancora crescere quando il giudice civile stabilirà la quantificazione definitiva dei danni.

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Un equilibrio mancato

La colpevolezza di Roggero è stata accertata secondo le regole del processo penale. Ma «oltre ogni ragionevole dubbio» riguarda l’accertamento della responsabilità, non garantisce che una sentenza produca anche un equilibrio sociale percepito come giusto. Il bilancio è questo: due rapinatori morti, un terzo ferito, un uomo di settantadue anni davanti a una pena che può assorbire quasi tutta la vita che gli resta, un patrimonio già inciso per 780.000 euro e la possibilità di ulteriori condanne civili.

Nessuno, in questa vicenda, ha vinto. Non le famiglie di chi è morto, perché nessuna somma restituisce una persona. Non Roggero, che pagherà penalmente e patrimonialmente la propria reazione. Non la sua famiglia, che pur non avendo commesso alcun reato ne subirà comunque le conseguenze economiche e personali. E non lo Stato, intervenuto con fermezza dopo la tragedia ma incapace di aver impedito, prima, che un commerciante e i suoi familiari si trovassero ancora una volta davanti a uomini armati.

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Il valore di una vita

La vita di un rapinatore non perde valore nel momento in cui commette un reato: questo principio non è in discussione. Chi delinque conserva il diritto alla vita, a un processo e a una pena stabilita dalla legge; nessun cittadino può trasformarsi in giudice e giustiziere di sé stesso. Ma neppure la vita della vittima resta intatta solo perché non viene materialmente uccisa. Si perde valore anche quando si viene sottoposti ripetutamente alla paura, quando il lavoro di una vita diventa un bersaglio, quando il proprio negozio smette di essere un luogo sicuro, quando si assiste alla minaccia contro moglie e figlia, quando ci si convince che nel momento del pericolo nessuno arriverà in tempo.

È facile, dopo, dividere la vicenda in fotogrammi: in uno il pericolo era attuale, in quello successivo non lo era più; in uno Roggero era ancora vittima, pochi secondi dopo era già autore di due omicidi. Il diritto deve tracciare questa linea: non può autorizzare l’inseguimento, la vendetta o l’esecuzione di chi fugge. Ma la mente di un uomo appena aggredito non ragiona con la lucidità di una sentenza scritta anni dopo, non misura il pericolo con il cronometro, non sempre separa il trauma dalla reazione, la paura dalla rabbia, la difesa dalla punizione. Questo non assolve Roggero. Ma impone di chiedersi se la risposta dello Stato abbia davvero tenuto conto di tutto ciò che ha preceduto quei colpi.

Una condanna che rischia di diventare a vita

Se scontasse integralmente la pena, Roggero terminerebbe la detenzione a circa 86 anni e 9 mesi. Formalmente non è stato condannato all’ergastolo, tanto meno a morte: potrebbero intervenire benefici penitenziari, liberazione anticipata, misure alternative o forme di detenzione domiciliare, se ne ricorreranno i presupposti. Ma fermarsi alla definizione tecnica significherebbe ignorare la realtà biologica: quasi quindici anni per un uomo di settantadue non sono la stessa cosa che per uno di trenta. Per una persona anziana una pena di questa durata può assorbire l’intera vita autonoma ancora disponibile, gli ultimi anni di salute, di lucidità, di vicinanza alla famiglia.

Nessuno può affermare con certezza che Roggero morirà in carcere. Ma la sentenza, rapportata alla sua età, rischia concretamente di accompagnarlo fino alla morte o fino a una vecchiaia in cui la libertà avrà perso gran parte del suo significato: un ergastolo non scritto nel dispositivo, ma potenzialmente inciso nella biografia.

Resta allora la domanda sulla funzione della pena. La Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma quale funzione rieducativa concreta possono avere quasi quindici anni di carcere per un uomo anziano, incensurato, che non ha vissuto di criminalità e che ha commesso un fatto gravissimo nel contesto di una rapina subita? Rieducare significa restituire una persona alla società, permetterle di comprendere il disvalore della propria condotta e tornare, un giorno, a vivere rispettando le regole. Quando il ritorno alla vita libera diventa solo teorico, la rieducazione rischia di restare una parola vuota: la pena non prepara più un futuro, consuma semplicemente ciò che resta del presente.

Responsabilità personale, conseguenze condivise

L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che la responsabilità penale è personale. Moglie, figli e altri familiari di Roggero non sono stati condannati, non devono scontare la sua pena né diventano responsabili dei suoi debiti per il solo vincolo di parentela. Formalmente, dunque, la responsabilità resta individuale. Materialmente le cose sono più complesse: quando vengono aggrediti i beni del condannato, può essere compromesso il patrimonio su cui viveva l’intera famiglia, la casa, l’attività economica, i risparmi di decenni di lavoro. I familiari non pagano perché colpevoli, ma perché la condanna economica incide inevitabilmente sulla vita condivisa con il responsabile. È la differenza tra responsabilità e conseguenza: la prima è solo di Mario, la seconda rischia di essere di tutti.

Senza conoscere l’intera situazione patrimoniale non si può affermare con certezza che la famiglia sarà ridotta in povertà. Ma è evidente che una somma come quella già versata o riconosciuta possa erodere i risparmi di una vita, ancor prima che si aggiungano spese legali e ulteriori importi stabiliti in sede civile. La pena detentiva rischia così di consumare il tempo che resta a Mario; la condanna civile, il patrimonio costruito anche per garantire un futuro ai suoi familiari.

Un risarcimento dovuto, non un premio

Va evitata una semplificazione pericolosa: le somme riconosciute alle parti civili non sono un premio ai rapinatori per aver commesso un reato. Derivano dalla morte di due persone e dal ferimento di una terza, e il fatto che stessero rapinando un negozio non cancella la tutela giuridica della loro vita e della loro integrità fisica. Spettano alle parti civili in quanto danneggiate dagli omicidi e dalle lesioni, non in quanto familiari o complici di chi aveva deciso di rapinare una gioielleria.

Eppure il paradosso sociale resta. Tre uomini entrarono in un negozio per sottrarre denaro e preziosi; due sono morti, uno è rimasto ferito; alla fine, le loro famiglie e le altre parti civili hanno ottenuto o si sono viste riconoscere quasi ottocentomila euro, con la possibilità di ulteriori somme. Roggero, invece, perderà anni di libertà e gran parte del patrimonio costruito in una vita. Il diritto può spiegare perfettamente questa conseguenza, ma non può impedire che, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, essa assuma il sapore di una beffa, non perché la morte dei rapinatori non debba essere risarcita, ma perché il sistema sembra mostrare tutta la propria fermezza solo dopo che la sicurezza del cittadino è già stata distrutta.

Quando una vita comincia a perdere valore

La domanda giusta non è «quanto vale la vita di un rapinatore», varrebbe quanto quella di chiunque altro. La domanda è quando una vita comincia a perdere valore. Non solo quando finisce, ma anche prima: quando una persona non è tutelata, quando vive nella paura, quando subisce ripetute aggressioni e si convince che nel momento decisivo dovrà cavarsela da sola, quando perde la fiducia di sentirsi al sicuro nel luogo in cui lavora. La perde anche un uomo anziano condannato a una pena che potrebbe assorbire tutto il tempo che gli resta, e una famiglia che vede dissolversi il patrimonio condiviso per rispondere di un gesto che non ha compiuto.

Mario Roggero ha tolto la vita a due persone quando, secondo i giudici, non era più necessario farlo per difendersi: per questo deve rispondere delle proprie azioni. Ma nel tentativo di difendere sé stesso, la propria famiglia e ciò che aveva costruito, ha finito per perdere anche lui la propria vita, non fisicamente, quel giorno, ma nella condanna: nei quattordici anni e nove mesi che rischiano di condurlo fino alla fine dei suoi giorni, e nelle centinaia di migliaia di euro che possono trascinare con sé la sicurezza economica dei suoi familiari.

I due rapinatori hanno perso la vita. Roggero rischia di perdere tutto ciò che restava della propria. Il punto, allora, non è stabilire quale vita valesse di più, ma chiedersi se la giustizia, nel tentativo di riaffermare il valore delle vite spezzate, abbia finito per annientarne un’altra.

L’equilibrio della giustizia

La sentenza può essere giuridicamente motivata, conforme alle norme, fondata sulle prove raccolte. Ma riequilibrare non significa soltanto punire: significa ricostruire una condizione di giustizia dopo che un’azione l’ha distrutta. E qui non sembra essere stato ricostruito nulla. Restano due persone morte, una ferita, un uomo anziano destinato probabilmente a trascorrere in detenzione gran parte della vita che gli resta, e una famiglia esposta alla perdita dei risparmi accumulati in decenni. La giustizia ha distribuito responsabilità, anni di carcere e centinaia di migliaia di euro. Ma è difficile sostenere, oltre ogni ragionevole dubbio, che abbia davvero rimesso in equilibrio ciò che era stato distrutto.

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