Michele Emiliano e la gran voglia di tornare a lavorare: il problema è dove

Una richiesta, tre bocciature del Csm e un incarico mai partito

Michele Emiliano sarebbe «felicissimo di tornare in magistratura». Alzi la mano chi ci crede. Siamo pronti a scommettere che non ci crede nessuno. A smentirlo non solo i 20 anni di carriera lontani dalla toga ma anche i ripetuti tentativi di ottenere l’aspettativa dal Csm. Ma non solo, anche un ufficio, vuoto per il momento, nel palazzo della Regione Puglia. Un ufficio proprio accanto a quello di Antonio Decaro, il neo governatore suo figliccio politico.

Quella stanza avrebbe dovuto segnare il luogo in cui tenere Michele Emiliano dentro il perimetro del potere regionale anche dopo la fine del suo mandato. Non una sistemazione simbolica, ma un incarico preciso: consigliere speciale per seguire le crisi delle grandi imprese e in particolare il dossier Ilva, una questione che in Puglia continua a rappresentare un nodo aperto sul piano industriale, ambientale e occupazionale. Per quel ruolo, racconta un articolo del «Corriere del Mezzogiorno», era stata immaginata anche una retribuzione da 130 mila euro l’anno.

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Il patto politico dietro la stanza rimasta chiusa

La vicenda nasce prima ancora dell’insediamento del nuovo presidente della Regione. Quando Antonio Decaro decise di correre per la guida della Puglia, pose una condizione che dice molto dei rapporti di forza interni: Michele Emiliano non avrebbe dovuto candidarsi neppure come semplice consigliere regionale. Una richiesta singolare solo in apparenza. L’ex governatore, infatti, continua a essere considerato un peso massimo elettorale, capace di portare con sé decine di migliaia di voti.

L’accordo, in sostanza, era questo: niente corsa alle regionali, ma un ruolo di primo piano nella nuova amministrazione. In questo modo Emiliano avrebbe evitato il ritorno in magistratura e avrebbe potuto restare in attesa di un altro approdo politico, con l’orizzonte del Parlamento nel 2027. Un’intesa accettata, seppure con evidente malincuore, e costruita proprio per non chiudere la sua lunga stagione politica.

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I tre stop del Csm e la scadenza che si avvicina

A bloccare il disegno è stato però il Consiglio superiore della magistratura. Per tre volte il Csm ha respinto la richiesta di riconoscere il ruolo di «consigliere speciale» e di consentire a Emiliano di mantenere la posizione di magistrato fuori ruolo. È da qui che il meccanismo si è inceppato: l’incarico pensato per lui non è mai partito e il ritorno alla toga, finora evitato, è tornato a essere una prospettiva concreta.

Adesso il tempo si è ridotto al minimo. Entro il 27 aprile, con lieve flessibilità, Emiliano dovrebbe indicare una sede per riprendere servizio come magistrato. Sarebbe un rientro dopo una sospensione di fatto durata vent’anni, da quando fu eletto per la prima volta sindaco di Bari. Nel frattempo, peraltro, è senza stipendio da diversi mesi, elemento che rende ancora più delicata una situazione già politicamente imbarazzante.

Il pressing di Decaro e il peso dei voti

Per provare a rimettere in piedi l’operazione, Decaro si è mosso in prima persona. Mercoledì scorso si è presentato davanti alla Terza commissione del Csm a Roma, andando oltre le motivazioni finora trasmesse per iscritto e illustrando direttamente le ragioni per cui la richiesta andrebbe accolta. Non solo: a quella comparizione seguirà anche un’ulteriore nota scritta, nel tentativo di rafforzare il dossier e arrivare al quarto passaggio con maggiori possibilità di successo.

La speranza della Regione è che il plenum del Csm, chiamato a esprimersi il 6 o il 13 maggio, possa finalmente concedere il via libera. È su questa possibilità che si regge ancora l’intera costruzione politica pensata attorno a Emiliano.

L’ex governatore, intanto, continua a sostenere che «sarebbe felicissimo di tornare in magistratura, cosa che sarebbe il coronamento per concludere una lunga carriera». Ma i fatti raccontano un’altra traiettoria: il tentativo di ritagliargli un nuovo spazio in Regione, le ripetute richieste al Csm, il pressing istituzionale di Decaro e, soprattutto, la prospettiva politica che resta sullo sfondo. Perché l’idea che Emiliano voglia davvero chiudere la sua parabola lontano dalla politica convince poco. Molto più credibile appare invece la lettura opposta: restare in gioco ancora un altro po’, fino alla prossima occasione utile. E quella occasione, per molti, ha già lo sfondo delle schede elettorali per le Politiche del prossimo anno, quando quelle decine di migliaia di voti potrebbero tornare assai comode al Pd.

Alla fine, al netto delle dichiarazioni di rito, resta anche un dato difficilmente ignorabile: il ritorno in magistratura avrebbe significato per Emiliano non solo l’uscita dal circuito politico, ma anche un probabile ridimensionamento economico. La soluzione immaginata in Regione, invece, gli avrebbe consentito di restare dentro il perimetro del potere con un incarico ben più remunerativo. Anche per questo, più che il richiamo della toga, a pesare davvero potrebbe essere stata la convenienza di non allontanarsi troppo dal palazzo.

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