Grazie alla Consulta non siamo ancora alla Repubblica dei Giudici

Attenti, però, che non si torni ai tempi di «Boccaccia mia statti zitta»

Dopo la sconfitta del «sì» al referendum sulla riforma della Giustizia, sembrava essere nata la terza Repubblica: quella dei magistrati. Ma una sentenza della Consulta del 27 gennaio scorso, appena depositata, ne ha ridimensionato la portata. La Consulta, infatti, ha bocciato la Cassazione che aveva contestato il trattenimento di uno straniero condannato per omicidio che, trasferito ai Cpr in Albania, era stato riportato a Bari. Ma i giudici costituzionali, con una sentenza del 27 gennaio scorso appena depositata, hanno stabilito che è «giusto evitare abusi della protezione internazionale che non deve servire a ritardare e tantomeno ad evitare l’esecuzione di legittimi provvedimenti di espulsione».

Il che significa anche ricordare a tutti, magistrati compresi, che la nostra Costituzione non prevede sentenze creative, che le leggi le fa il Parlamento e che a loro tocca soltanto applicarle. Dà quindi ragione al governo, dal momento che, a leggere le modifiche previste dalla riforma, era proprio quello che voleva Nordio. Ed è il caso che se ne facciano una ragione sinistra e sinistrati.

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I Cpr in Albania e il nodo del potere giudiziario

Da oggi in poi, l’esecutivo potrà, nel rispetto della Costituzione e delle norme europee, far funzionare a pieno regime i Cpr in Albania e giudici, tribunali ordinari e corti di appello non potranno più, con sentenze creative, motivazioni varie ed eventuali e, per di più, senza tenere in alcun conto le loro fedine penali, né le ragioni per le quali si trovano ristretti in quegli «ameni» luoghi di «villeggiatura», restituirli alla libertà e rimandarli liberi a passeggiare per le strade d’Italia. Dopo la sentenza dei giudici costituzionali, ciò non sarà più possibile.

Possono, però, essere soddisfatti: si sono riusciti a scongiurare il sorteggio ammazza-correnti e quindi a salvaguardare il proprio potere nel Consiglio Superiore della Magistratura, ma anche l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare e, quindi, a preservare le loro tasche e le loro carriere, a differenza degli altri dipendenti della Pa, dal pagare i risarcimenti alle vittime dei propri errori. C’è da sperare, però, per la stampa, che non tornino i tempi del «bocca mia statti zitta».

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Le feste in Procura e il timore dello Stato giudiziario

Purtroppo, le immagini di quelle feste cui si sono lasciati andare alla Procura di Napoli, un tantinello eccessive e fuori luogo, ma tutto sommato giustificatissime, parlano chiaro. Loro erano e restano gli unici ad avere vinto; gli altri, governo Meloni, maggioranza e opposizione, hanno perso tutti. E balli, cori da tifoseria, i «chi non salta Meloni è» e quelli contro la Imparato (la sostituta procuratrice pro riforma di S. Maria Capua Vetere), oltre alle purghe minacciate contro giudici e avvocati per il «sì», ne sono la più tangibile dimostrazione.

Efanno temere che lo Stato di diritto possa trasformarsi in Stato giudiziario. L’Anm, insomma, ha gettato la maschera, avvertendo tutti che niente è cambiato e che quello che è successo al governo in questi 3 anni – disapplicazioni e contestazioni di norme che non condividono – potrà verificarsi anche in quelli che verranno, al di là dei colori di chi governa.

E pensare che forse, come suggerisce qualcuno, a Meloni converrebbe provare a dimettersi sperando che Mattarella sciolga le Camere e si vada a elezioni anticipate, sarebbe una follia. Ci ritroveremmo nel piatto la solita minestra riscaldata del governo tecnico di larghe intese. E sarebbe un danno per il Paese. Per evitarlo, giusto andare avanti. Perciò, per amor di patria, c’è da augurarsi che Giorgia non ascolti i cattivi consiglieri e vada avanti, prendendo di petto i problemi che restano. Puntando ovviamente su scelte coraggiose per il Paese.

Le priorità ancora aperte tra economia, servizi e investimenti

Certo, la batosta è stata dura, ma non è il caso di arrendersi. Piuttosto, si metta mano alla risoluzione di quelle problematiche che, pur presenti nel programma elettorale della coalizione – sicurezza, immigrazione clandestina, riduzione delle imposte per ceto medio e lavoratori, accelerazione degli investimenti per sostenere crescita e imprese, energia e rinnovabili – sono ancora in attesa di risposte. Ed è arrivato il momento di cominciare a dare. È vero, «dal dire al fare, c’è di mezzo il mare», che, in verità, è un oceano.

Se è vero, com’è vero, che dal 2023 al 2025 si è riusciti a recuperare 100 miliardi di evasione fiscale, resta il fatto che alle casse dello Stato mancano gli oltre 230 che Conte e i 5S hanno sprecato in superbonus edilizi e reddito di cittadinanza. Che hanno prodotto ben poco ma hanno sottratto ai bilanci dello Stato fondi che si sarebbero potuti utilizzare per le infrastrutture che mancano, per ammodernare il Paese, migliorare i servizi, rilanciare la sanità, cancellare quelle indegne liste d’attesa e migliorare la situazione della scuola.

Ma, detto con franchezza, ancora una volta i partiti dell’opposizione sono riusciti a perdere prima ancora che si votasse. Quando, cioè, per soddisfare l’avversione verso questo governo, hanno stretto un patto d’acciaio con Anm, Cgil, stampa mainstream, anarchici, islamisti residenti in Italia che, per parte loro, hanno già presentato il conto: la sharia anche in Italia. In pratica, pur di riuscire nell’intento di battere per la prima volta la Meloni, si sono «impiccati» ad alleati esterni e interessati.

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