Una lunga storia che attraversa i secoli
Le Catacombe di San Gaudioso rappresentano uno dei più suggestivi spaccati storici del sottosuolo partenopeo, incastonate nel cuore del quartiere Sanità di Napoli. Parte integrante delle Catacombe Napoli, esse raccontano una lunga storia che attraversa secoli di cultura funeraria e religiose pratiche rituali, dalla loro fondazione paleocristiana al riuso seicentesco come luogo di sepoltura per nobili ed ecclesiastici.
Origini antiche e simboli cristiani nascosti sotto Napoli
La storia delle Catacombe di San Gaudioso inizia tra il IV e il V secolo d.C., quando sotto l’antica area necropolare fu scavata una fitta rete di cunicoli per accogliere le sepolture dei primi cristiani.
Il sito si sviluppò in relazione alla sepoltura di San Gaudioso, un vescovo nordafricano esule per motivi religiosi, la sua vivida memoria spinse la comunità cristiana locale ad espandere il cimitero ipogeo fino a farne una delle più importanti catacombe della città.
All’interno delle Catacombe si trovano simboli cristiani paleocristiani ricorrenti come il pesce, segno di Cristo e dei fedeli, l’agnello, la vite con i tralci e la colomba, elementi che riflettono l’iconografia funeraria e teologica dei primi secoli della Chiesa.
Questi simboli non sono meri ornamenti: erano segni di speranza escatologica, ricorrenti nelle catacombe cristiane di tutto il mondo antico, e servivano a trasmettere concetti di salvezza, resurrezione e comunità di fede.
I rituali seicenteschi: scolature, teschi murati e lo “schiattamuorto”
Dopo un periodo di abbandono medievale durante il quale le catacombe rimasero quasi dimenticate sotto frane di detriti chiamate Lave dei Vergini, le Catacombe di San Gaudioso conobbero un nuovo uso a partire dal XVII secolo.
In questo periodo, grazie all’opera dei frati domenicani e alla costruzione della Basilica di Santa Maria della Sanità, gli ambienti sotterranei tornarono a funzionare come luogo di sepoltura.
Una delle pratiche più singolari era il cosiddetto rito della scolatura: i corpi venivano deposti in nicchie chiamate seditoi o cantarelle, in posizione fetale, affinché perdessero i liquidi cadaverici in vasi posti sotto di essi. Questa fase di scolare serviva a disseccare i tessuti prima della sepoltura definitiva.
Una volta completata la scolatura, le ossa venivano lavate e sistemate nei loculi finali. Il compito di gestire questo processo, spesso svolto in condizioni estremamente dure, era svolto da figure specializzate chiamate schiattamuorti, termpo poi passato nel linguaggio comune napoletano per indicare i becchini.
Parte di queste sepolture nobiliari risultava ancora più macabra agli occhi moderni: i teschi venivano murati nelle pareti dell’ambulacro, mentre sotto di essi venivano dipinti corpi che ne rappresentavano la vita o la professione, creando un impatto visivo forte e simbolico.
Arte sotterranea, memoria e identità culturale

Oltre alla componente rituale, le Catacombe Napoli custodiscono un patrimonio artistico significativo. Oltre agli antichi mosaici dedicati a San Gaudioso, si possono ammirare affreschi celebri come quello che raffigura la scena di accoglienza di Pascentius, con l’apostolo Pietro in primo piano, e altri cicli decorativi che riflettono la spiritualità paleocristiana.
Il sito, pur modificato nel tempo e riadattato per motivi di culto e urbanizzazione, conserva ancora oggi tracce di queste stratificazioni: dalla fede dei primi secoli alla riappropriazione seicentesca, fino al recupero archeologico e ai restauri moderni.
Questo intreccio di simboli, riti e memoria sotterranea ha anche influenzato la cultura popolare partenopea: ad esempio, si dice che uno degli affreschi abbia ispirato la celebre poesia dialettale “’A livella” di Totò, con la sua riflessione sul destino umano e l’eguaglianza nella morte.




