Le mani della camorra sul San Giovanni Bosco: maxi indagine da 76 indagati

Nell’inchiesta anche Maria Licciardi, Gennaro Manetta e Maria Aieta

Dalle corsie ai certificati medici, fino al trasporto dei defunti: l’indagine della Procura di Napoli ricostruisce il controllo del clan Contini sul San Giovanni Bosco. L’inchiesta, delegata ai carabinieri, conta 76 indagati e ha portato il gip Ivana Salvatore a firmare quattro misure cautelari: tre nei confronti di affiliati al clan Contini e una a carico di un avvocato. Un procedimento che tocca vertici camorristici, professionisti e pubblici ufficiali, delineando – secondo l’accusa – un sistema radicato all’interno di un presidio sanitario pubblico.

Tra gli indagati figurano nomi di primo piano: Maria Licciardi, arrestata nel 2021 e detenuta a L’Aquila, Maria Aieta, Gennaro Licciardi e Antonio Techemie. Esponenti anche del clan Licciardi che, insieme ai Mallardo – con influenza tra Napoletano e Casertano – e ai Contini, egemoni tra Secondigliano, Vasto-Arenaccia e Stadera-Poggioreale, compongono il cartello dell’Alleanza di Secondigliano.

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Il presidio nel Rione Amicizia

Il San Giovanni Bosco, collocato nel Rione Amicizia – storica roccaforte dei Contini – sarebbe stato, per gli inquirenti, un punto nevralgico di gestione di servizi legali e illegali. Non solo un controllo esterno, ma una presenza capace di incidere su ricoveri, certificazioni e attività economiche.

Determinante, secondo l’impianto accusatorio, il ruolo del titolare di un’associazione di trasporto infermi con ambulanze. Per la Procura rappresentava uno degli strumenti attraverso cui la cosca manteneva il dominio sulla struttura, garantendo favori agli affiliati e ai clan alleati. Tra le condotte contestate: ricoveri senza rispettare le regole di accesso e certificazioni mediche false, utilizzate anche per scarcerazioni.

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Il sistema avrebbe compreso anche il trasporto illegale di defunti in ambulanza, la sottrazione di farmaci e l’esecuzione di prestazioni diagnostiche e sanitarie non rispettose delle regole. All’associazione sarebbe stato assicurato il monopolio del trasporto privato di infermi, con minacce rivolte ad altre imprese interessate a operare nello stesso settore.

Quote, certificazioni e truffe assicurative

La cosca, secondo quanto ricostruito, poteva contare sulla disponibilità di personale sanitario e parasanitario, addetti alla vigilanza privata e ditte attive all’interno del nosocomio. Le attività commerciali presenti nella struttura avrebbero versato una quota destinata alle casse dei Contini, somme che sarebbero confluite nelle mani di Gennaro Manetta, anch’egli tra gli indagati.

Un medico, prima dipendente del San Giovanni Bosco e poi del San Giovanni dei Poveri, avrebbe messo a disposizione le proprie prestazioni professionali dietro compensi ingenti, fornendo false certificazioni agli affiliati e a persone indicate dal clan. Documenti, secondo l’accusa, funzionali sia a truffe assicurative sia a scarcerazioni illegittime.

Appalti, bar e pressioni ai vertici Asl

Nel fascicolo compare anche il titolare della società che gestiva bar e buvette interne all’ospedale, per i quali non sarebbero mai stati corrisposti i canoni di locazione dovuti all’Asl. Insieme ad altre due persone, avrebbe tentato – anche con minacce – di costringere il direttore generale dell’Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, a riceverlo e a consentire il mantenimento dell’installazione di distributori automatici di snack e bevande collocati illegittimamente.

Verdoliva aveva avviato un’azione per estromettere i Contini da tutti gli appalti del San Giovanni Bosco, comprese le ditte a loro riconducibili impegnate nei servizi di pulizia e ausiliari. Minacce sarebbero state rivolte anche al direttore sanitario Mario Forlenza, quando i distributori furono privati dell’energia elettrica. Entrambi hanno sporto denuncia.

Tra i 76 indagati risultano inoltre cinque pubblici ufficiali: un ispettore in congedo della polizia, un funzionario Inps, un impiegato in pensione dell’Ufficio Patrimonio dell’ospedale, un medico ancora in servizio nel nosocomio e un altro medico in servizio all’epoca dei fatti.

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