Magistrati rossi e sinistra contro riforma della giustizia e Governo

Augusto Barbera: «Frasi di Gratteri ai limiti dell’eversione»

Era prevedibile. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Gratteri, testimonial del «no» al Referendum della Giustizia del 22 e 23 marzo, l’ha sparata davvero grossa. E ha praticamente affondato il «no». Cinquantuno toghe e 20 membri del CSM gli si sono rivoltati contro, ma l’ANM ancora tace. «Questa riforma – ha detto nel corso di un’intervista in video al Corriere della Calabria – è per i potenti e per i ricchi: si creerà un pm super poliziotto, e gli ultimi, i deboli, non avranno le stesse garanzie dei potenti in tribunale» e che «voteranno per il Sì indagati, imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».

Poi, accortosi della gaffe, per la bufera di polemiche scatenata dalle sue parole ha cercato di correre ai ripari: «Le mie parole strumentalizzate», ha detto. Senza rendersi conto che, visto il tenore delle sue affermazioni, questo chiarimento era una toppa peggiore del buco. Che bisogno c’era di strumentalizzare parole già inequivocabilmente lapalissiane come le sue? Al punto che il già presidente della Consulta, già ministro e deputato del PCI, Barbera le ha bollate come «ai limiti dell’eversione».

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La deriva illiberale della sinistra ideologica

In realtà, a mio modestissimo avviso, sono la dimostrazione di come stia diventando sempre più penetrante quella deriva illiberale eretta dalla sinistra ideologica e dagli alleati del «no» al referendum nei confronti di chi la pensa diversamente: da offenderli indicandoli al pubblico ludibrio come criminali. A differenza dei due sottoposti a obbligo di firma dopo Torino, cui è stato concesso, addirittura, di andare in caserma a firmare «compatibilmente con i loro impegni».

Fatto è che, dopo decenni in cui non è riuscita a uscire vincente dalle urne ma ha governato lo stesso, pur senza il consenso degli elettori, pensava di poterne fare a meno come elettori, ma di poterli strumentalizzare – in nome dell’antifascismo di risulta – per mandare gambe all’aria il governo Meloni legittimamente in carica con il consenso popolare. Poiché, però, non c’è riuscita, ha deciso di far ricorso alla piazza, nella convinzione che lì poteva incontrarsi con «compagni di cordata»: colleghi provenienti da oltre confine.

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Scontri, sabotaggi e inchieste: il salto di tensione

Prima nascondendoli fra i partecipanti pacifici, poi facendoli uscire travestiti da black bloc per aggredire le forze dell’ordine: com’è successo negli scontri con poliziotti presi a martellate e feriti, provocati dai bellimbusti di Askatasuna a Torino; poi l’attacco all’Alta Velocità a Bologna, con sabotaggio dei cavi dell’elettricità e circolazione ferroviaria sul territorio nazionale bloccata per ore. Per cui la Procura felsinea ha deciso di avviare un’inchiesta sui cavi tranciati, per scoprire se si sia trattato, come sembra probabile, di un attentato terroristico ai trasporti. E inoltre, la scoperta di una lista di proscrizione dei partner ufficiali dell’Olimpiade di Milano-Cortina 2026 da colpire.

Media e fake news

La verità è che in questo Paese da tempo si respira soltanto odio e l’aria sta diventando sempre più irrespirabile. E non certo perché – come sostiene Landini, che dimentica di essersi inventato la «rivolta sociale» per dare addosso al governo Meloni e da un paio d’anni sta rovinando tutti i fine settimana degli italiani con scioperi e «cortei pacifici», che però finiscono in guerriglie urbane – l’esecutivo di centrodestra abbia instaurato lo stato di polizia. Tutt’altro.

Bensì perché, senza idee e incapaci di fare proposte politicamente valide per uscire dal cul de sac in cui i loro governi – sempre nominati dal Palazzo – hanno preferito coccolare violenti, estremisti, gruppettari e antagonisti, lasciandogli fare i propri comodi in cambio di un minimo d’impunità per il loro «impegno». Che, naturalmente, non manca mai. Di più: si gonfia di odio e tensioni per le ormai quotidiane fake news distribuite «a piena voce» dai cosiddetti leader dell’opposizione insieme alla stampa mainstream e a tele-anti-Meloni, ovvero quella realizzata e gestita sotto banco da loro per scaricare accuse quotidiane sul governo, la premier, il ministro Nordio.

Una tivvù forte di decine di approfondimenti politici che, non sempre invitati, piovono ogni giorno nelle nostre case dai video di tv pubbliche e private. Peraltro sempre identici tra loro, con un unico obiettivo: l’antigovernismo. I soliti conduttori che si scambiano gli stessi ospiti e tuttologi che discettano contro il centrodestra e ci regalano la verità rivelata. La loro, naturalmente.

L’Italia raccontata e quella reale

Che è quella che nega la realtà delle cose e ribadisce ininterrottamente la propria avversione all’Italia vera, preferendole quella dei cattivi maestri dei «no» a prescindere, di chi continua ad accusare la Meloni di raccontare un’Italia che non c’è e finge di non vedere quella che c’è.

Neanche se certificata dall’Ocse, organismo internazionale con sede a Parigi, che ha appena confermato che nel terzo trimestre 2025 il reddito reale pro-capite delle famiglie italiane è cresciuto del +1,7%, in controtendenza rispetto alla media dei partner del G7 e al gruppo delle grandi economie globali, fermi allo 0,3%, e svetta anche nel confronto con i 38 maggiori Paesi industrializzati al mondo. Ma nascondono anche che un instant poll di «Skuola.net» ha attestato che i nostri figli sono migliori di noi. Tant’è che l’84% degli studenti italiani, a differenza di certi pseudo-adulti, è d’accordo con il decreto sicurezza. Non sempre il buonsenso cresce con l’età!

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